Ж-01 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaL'alfabeto tebano: le lettere attribuite a Onorio di Tebe
Storia dell'alfabeto tebano: dalla Polygraphia di Tritemio al De occulta philosophia di Agrippa, fino alla stregoneria moderna del Novecento.
Tra le scritture magiche del Rinascimento, l'alfabeto tebano è forse quella che ha avuto la fortuna più lunga. Le sue ventitré lettere, eleganti e piene di riccioli, corrispondono quasi una per una all'alfabeto latino e portano il nome di un personaggio misterioso, Onorio di Tebe. Nessun manoscritto medievale noto le conserva: la loro storia documentata comincia con la stampa, nel primo Cinquecento, e da allora non si è più interrotta.
La prima comparsa a stampa
Il primo testo che pubblica l'alfabeto tebano è la Polygraphia dell'abate tedesco Giovanni Tritemio, uscita nel 1518, due anni dopo la morte dell'autore. Tritemio raccoglie in quell'opera decine di sistemi di scrittura segreta e di alfabeti esotici, veri o presunti, e inserisce le lettere tebane accanto ad altri caratteri attribuiti a figure antiche. L'attribuzione a Onorio è presentata come ricevuta da Pietro d'Abano, il celebre medico e filosofo padovano morto intorno al 1316.
Pochi anni dopo l'alfabeto riappare nel De occulta philosophia di Enrico Cornelio Agrippa, la cui edizione completa in tre libri fu stampata a Colonia nel 1533. Agrippa, che era stato in contatto con Tritemio, colloca le lettere tebane nel terzo libro, dedicato alla magia cerimoniale, insieme ad altre scritture considerate sacre. È grazie a questa enciclopedia, letta e copiata per secoli, che l'alfabeto si diffuse in tutta Europa.
Chi era Onorio di Tebe
Il nome di Onorio di Tebe è legato soprattutto al Liber iuratus, il «Libro giurato», un trattato di magia rituale latino che circolava in manoscritto almeno dal XIV secolo. Secondo il prologo dell'opera, un'assemblea di maghi avrebbe affidato a Onorio, figlio di Euclide, il compito di riassumere il loro sapere in un solo libro. Si tratta con ogni probabilità di una cornice leggendaria, e non esistono prove storiche dell'esistenza di un autore con questo nome.
Va notato inoltre che il Liber iuratus, nei manoscritti conosciuti, non contiene l'alfabeto tebano. Il legame tra le lettere e Onorio è dunque un'attribuzione rinascimentale, coerente con l'abitudine dell'epoca di ricondurre i segreti a maestri remoti e venerabili. Anche il riferimento a Tebe resta oscuro: potrebbe evocare la Tebe egizia, patria leggendaria della sapienza ermetica, oppure la città greca, ma nessuna fonte spiega la scelta.
Dalle biblioteche dei dotti alla stregoneria moderna
Per Agrippa e i suoi lettori l'alfabeto tebano serviva a scrivere nomi sacri e iscrizioni su talismani, sottraendoli allo sguardo dei profani. Nel corso del Novecento le stesse lettere furono adottate dai movimenti della stregoneria moderna, soprattutto in Inghilterra, che le chiamarono «alfabeto delle streghe». Da allora compaiono su quaderni rituali, gioielli e oggetti decorativi, spesso accompagnate da storie sulla loro antichità che le fonti non confermano.
Dal punto di vista grafico, l'alfabeto tebano ha caratteristiche curiose. Non distingue tra maiuscole e minuscole, manca di alcune lettere latine come la j e la w, e in molte riproduzioni la u e la v condividono lo stesso segno, come accadeva nella scrittura latina del tempo. Nelle edizioni antiche compare inoltre un segno finale che chiude la parola o la frase. Ogni ristampa ha introdotto piccole varianti, e non esiste una forma unica e definitiva delle lettere.
L'alfabeto tebano mostra bene come una scrittura nata sulla pagina stampata possa acquisire, nel giro di qualche secolo, l'aura di un sapere antichissimo. Le sue lettere sono passate dalle mani di un abate erudito a quelle di un filosofo errante, poi a generazioni di copisti e infine ai lettori contemporanei. La sua storia reale, fatta di libri, tipografi e lettori eruditi, non è meno affascinante della leggenda che lo accompagna.