א-04 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaHorapollo e gli Hieroglyphica: l'Egitto sognato dal Rinascimento
Il trattato di Horapollo arrivato a Firenze nel 1419, l'edizione aldina del 1505 e la moda rinascimentale dei geroglifici simbolici ed emblemi.
Nel 1419 il viaggiatore fiorentino Cristoforo Buondelmonti acquistò sull'isola di Andros un manoscritto greco destinato a cambiare l'immaginario europeo. Si trattava degli Hieroglyphica attribuiti a Horapollo, un'opera in due libri che pretendeva di spiegare il significato dei segni sacri egizi. Portato a Firenze, il testo entrò nella cerchia degli umanisti e divenne per oltre tre secoli la principale chiave di lettura, per quanto ingannevole, della scrittura dei faraoni.
Chi era Horapollo
L'autore è avvolto nell'incertezza. Il testo greco dichiara di essere la traduzione, fatta da un certo Filippo, di un originale scritto in egiziano da Horapollo del Nilo. Molti studiosi lo collegano a un grammatico egiziano di nome Horapollo vissuto tra il IV e il V secolo d.C., ma l'identificazione non è sicura. È certo, invece, che l'opera nasce in un'epoca in cui la conoscenza reale dei geroglifici stava ormai scomparendo.
Gli Hieroglyphica descrivono un segno e ne spiegano il significato con ragioni morali o naturali. Il serpente che si morde la coda indica l'universo, lo sparviero rappresenta il divino o l'altezza, e così via. Alcune spiegazioni conservano un ricordo autentico del valore dei segni, ma l'impostazione è allegorica: ogni immagine diventa un concetto da contemplare, non un suono da leggere. Era esattamente ciò che gli umanisti desideravano trovare.
Ficino, Aldo e il fascino dei simboli
Marsilio Ficino, commentando Plotino, sosteneva che i sacerdoti egizi non usassero lettere ma immagini intere, capaci di racchiudere un pensiero in un solo colpo d'occhio. Plotino stesso, nelle Enneadi, aveva lodato i sapienti d'Egitto per aver espresso la sapienza attraverso figure. Gli Hieroglyphica sembravano confermare questa visione e la trasformarono in un programma culturale: scrivere per immagini significava avvicinarsi al linguaggio delle idee.
Nel 1505 Aldo Manuzio pubblicò a Venezia la prima edizione a stampa del testo greco, seguita presto da traduzioni latine. Già nel 1499 lo stesso Aldo aveva stampato la Hypnerotomachia Poliphili, attribuita a Francesco Colonna, un romanzo allegorico pieno di iscrizioni in finti geroglifici. Albrecht Dürer illustrò una traduzione latina preparata da Willibald Pirckheimer per l'imperatore Massimiliano I, che si fece ritrarre circondato da segni ispirati a Horapollo.
Dagli emblemi a Kircher
Dalla moda dei geroglifici nacque un nuovo genere letterario, il libro di emblemi. L'Emblematum liber di Andrea Alciato, uscito ad Augusta nel 1531, univa motto, immagine e breve poesia in un modo che ricordava gli esempi di Horapollo. Nel 1556 Pierio Valeriano pubblicò a Basilea i suoi Hieroglyphica, un'enorme enciclopedia di significati simbolici di animali, piante e oggetti, che ebbe numerose ristampe.
L'ultimo grande erede di questa tradizione fu il gesuita Athanasius Kircher, che tra il 1652 e il 1654 diede alle stampe a Roma l'Oedipus Aegyptiacus. Kircher intuì correttamente il legame tra copto ed egiziano antico, ma le sue traduzioni dei geroglifici, lette come misteri teologici, si rivelarono del tutto immaginarie dopo la decifrazione di Champollion. Kircher aveva anche interpretato gli obelischi di Roma, come quello che Bernini collocò sulla Fontana dei Quattro Fiumi in piazza Navona.
Oggi gli Hieroglyphica non servono a leggere l'egiziano, ma restano un documento prezioso per la storia delle idee. Mostrano come una cultura possa costruire un intero linguaggio simbolico partendo da un fraintendimento, e come quel fraintendimento abbia nutrito l'arte, l'architettura, l'araldica e la filosofia del Rinascimento europeo, lasciando tracce visibili negli obelischi e nelle decorazioni delle città italiane.