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Ж-05 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

Il Passaggio del fiume: storia di un alfabeto dal nome biblico

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Il Passaggio del fiume (Transitus fluvii) di Agrippa: origine del nome, rapporto con l'ebraico e fortuna di questo alfabeto nei secoli successivi.

Delle scritture che Enrico Cornelio Agrippa considerava sacre, una porta un nome che sembra uscito da un racconto di viaggio: il Passaggio del fiume, in latino Transitus fluvii. Le sue lettere, angolose e ornate di piccoli cerchi, compaiono nel terzo libro del De occulta philosophia, stampato a Colonia nel 1533, accanto alla scrittura celeste e al Malachim. Come queste, anche il Passaggio del fiume ricalca le ventidue lettere dell'alfabeto ebraico.

Quale fiume?

Agrippa non spiega a lungo il nome, e gli interpreti hanno proposto diverse letture. La più diffusa lo collega all'Eufrate e alla figura di Abramo, che secondo il racconto biblico lasciò Ur dei Caldei per andare verso la terra di Canaan. Una tradizione antica faceva derivare il termine «ebreo», in ebraico ivri, da una radice che significa «passare» o «attraversare»: gli ebrei sarebbero dunque «quelli che vengono dall'altra parte del fiume».

Un'altra interpretazione pensa invece al ritorno dall'esilio babilonese, quando gli ebrei riattraversarono l'Eufrate per tornare a Gerusalemme alla fine del VI secolo a.C. Secondo questa lettura, l'alfabeto sarebbe la scrittura usata dai sapienti nel momento del passaggio tra la cattività e la ricostruzione del Tempio. Nessuna delle due ipotesi è documentata nelle fonti antiche: si tratta di spiegazioni simboliche, coerenti con il gusto rinascimentale per le etimologie sacre.

La forma delle lettere

Rispetto alla scrittura celeste, che dispone le lettere come costellazioni, il Passaggio del fiume ha un aspetto più compatto. Le lettere sono costruite con tratti diritti e spezzati, spesso chiusi da piccoli tondi alle estremità. Alcune ricordano la struttura dei caratteri ebraici, altre se ne allontanano molto. Il confronto tra le edizioni del Cinquecento e del Seicento mostra numerose differenze, segno che tipografi e incisori interpretavano i modelli con una certa libertà.

Come gli altri alfabeti angelici di Agrippa, anche questo si scrive in genere da destra verso sinistra, seguendo l'ordine dell'ebraico. Non contiene vocali vere e proprie, perché riproduce un alfabeto consonantico. Chi lo usava nel Rinascimento non scriveva dunque in latino o in volgare, ma trascriveva parole e nomi ebraici: i nomi di Dio, degli angeli, delle sfere celesti.

Dai talismani ai rituali moderni

Nei manoscritti magici dei secoli successivi il Passaggio del fiume compare su sigilli, anelli e pentacoli, spesso mescolato ad altri caratteri. Nell'Ottocento fu ripreso dagli autori dell'occultismo francese e inglese, e alcuni ordini iniziatici lo inserirono nei propri materiali rituali. In questi contesti l'alfabeto acquistò una patina di antichità che le fonti storiche non sostengono, perché non esistono testimonianze anteriori al Rinascimento.

Oggi le lettere del Passaggio del fiume compaiono spesso in repertori di simboli, accanto a rune e alfabeti di fantasia, senza alcuna indicazione della loro origine. Ricordarne la nascita tra le pagine di Agrippa permette di restituire loro un contesto preciso. Chi le incontra su un gioiello o in un film raramente sa che vengono da un trattato latino del Cinquecento, scritto da un medico e filosofo tedesco che viaggiò tra Italia, Francia e Paesi Bassi.

Il Passaggio del fiume è, in fondo, un alfabeto che racconta un attraversamento. Che il fiume sia l'Eufrate di Abramo o quello dell'esilio, il nome suggerisce l'idea di un confine tra due mondi, tra la scrittura comune e quella riservata ai misteri. È un'immagine che gli eruditi del Cinquecento trovavano adatta a una scrittura destinata a chi voleva passare dall'altra parte del sapere.