Ж-14 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaVoarchadumia: l'alchimia veneziana e le lettere di Enoch
La Voarchadumia di Giovanni Agostino Pantheo, stampata a Venezia nel 1530: alchimia dei metalli, Cabala e un alfabeto attribuito al patriarca Enoch.
Venezia, 1530. Dalle tipografie della città, allora la capitale europea del libro, esce un volume dal titolo enigmatico: Voarchadumia contra alchimiam. L'autore è Giovanni Agostino Pantheo, un sacerdote veneziano esperto di metalli. Il libro, che si presenta come una critica all'alchimia volgare in nome di un'arte più alta, contiene tra l'altro un alfabeto che l'autore attribuisce al patriarca Enoch. Mezzo secolo dopo, una copia di quell'opera sarebbe finita nella biblioteca di John Dee.
Un'arte contro l'alchimia
Il termine Voarchadumia è oscuro, e lo stesso Pantheo ne propone una spiegazione erudita che mescola parole caldee ed ebraiche. Con questo nome egli indicava un'arte della purificazione e del perfezionamento dei metalli, in particolare dell'oro, distinta dall'alchimia dei ciarlatani che promettevano trasformazioni miracolose. Il libro combina conoscenze pratiche di metallurgia, riferimenti alla Cabala ebraica e speculazioni sul valore simbolico dei numeri e delle lettere.
In questo senso la Voarchadumia è tipica del suo tempo. Nel primo Cinquecento, sulla scia di Giovanni Pico della Mirandola e di Johannes Reuchlin, molti eruditi cristiani si interessavano alla Cabala, convinti che contenesse verità antichissime compatibili con il cristianesimo. Pantheo applica questo interesse al mondo dei metalli, cercando nelle lettere ebraiche una chiave per comprendere la materia.
L'alfabeto di Enoch
Tra le pagine dell'opera compare un alfabeto che Pantheo chiama enochiano, cioè attribuito a Enoch, il patriarca biblico che secondo la Genesi «camminò con Dio» e non morì, ma fu preso in cielo. Attorno a questa figura si era sviluppata una ricca tradizione apocrifa, che gli attribuiva la conoscenza dei segreti celesti e l'invenzione della scrittura. Dare il suo nome a un alfabeto significava presentarlo come il più antico e il più sacro.
Le lettere della Voarchadumia non coincidono con quelle che Dee ed Edward Kelley avrebbero ricevuto negli anni Ottanta del Cinquecento. Si tratta di due sistemi diversi. Tuttavia è noto che Dee possedeva e annotava la Voarchadumia, e alcuni studiosi hanno ipotizzato che la lettura di Pantheo abbia contribuito al suo interesse per una lingua e una scrittura legate a Enoch.
Un ponte tra due mondi
La Voarchadumia mostra quanto fossero strette, nel Rinascimento, le relazioni tra campi che oggi consideriamo separati. Un trattato sui metalli poteva contenere riflessioni cabalistiche, un alfabeto sacro e considerazioni teologiche. Per i lettori del tempo non c'era contraddizione: la natura era un libro scritto da Dio, e le lettere della sua scrittura si potevano cercare tanto nei testi sacri quanto nelle fornaci.
Il libro conobbe una certa diffusione e fu ristampato a Parigi nel corso del Cinquecento. Oggi è noto soprattutto agli storici dell'alchimia e agli studiosi di John Dee, ma resta una testimonianza interessante della Venezia rinascimentale, città di tipografi, mercanti e cercatori di segreti. Le sue tavole, con lettere ebraiche e caratteri esotici disposti accanto a schemi numerici, sono un piccolo saggio dell'arte tipografica veneziana dell'epoca.
Nel percorso degli alfabeti esoterici, la Voarchadumia occupa un posto particolare. Precede di mezzo secolo l'enochiano di Dee e mostra che il sogno di una scrittura delle origini, legata al patriarca che camminava con Dio, era già vivo nelle botteghe e nelle biblioteche dell'Italia del primo Cinquecento. È un anello di una catena che lega l'alchimia, la Cabala cristiana e la ricerca della lingua perfetta.