Ж-13 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaLa scrittura degli alchimisti: segni di metalli, pianeti ed elementi
I simboli alchemici dai manoscritti greci di Bisanzio fino a Lavoisier e Berzelius: come gli alchimisti scrivevano metalli, sostanze e operazioni.
Aprire un trattato di alchimia del Seicento significa trovarsi davanti a una pagina punteggiata di cerchi, mezzelune, croci e triangoli. Non sono decorazioni: sono parole. Per secoli gli alchimisti scrissero i nomi dei metalli, delle sostanze e delle operazioni con segni propri, che formavano una sorta di alfabeto tecnico e simbolico insieme. Comprendere questi segni è il primo passo per leggere una letteratura che volutamente si nascondeva dietro immagini ed enigmi.
Le origini greche
I simboli alchemici più antichi si trovano nei manoscritti greci di età bizantina che conservano i testi degli alchimisti alessandrini, come Zosimo di Panopoli, vissuto intorno al 300 d.C. Uno dei più importanti è un codice della Biblioteca Marciana di Venezia, databile tra il X e l'XI secolo, che contiene anche liste di segni con la loro spiegazione. In queste tavole il sole indica l'oro, la luna l'argento, e altri segni designano sostanze e procedimenti.
L'uso di associare i metalli ai pianeti è antico e si ritrova già nella cultura tardoantica. Sette erano i pianeti conosciuti, contando il Sole e la Luna, e sette i metalli principali. A ciascuna coppia corrispondeva un segno comune: il cerchio con il punto per Sole e oro, la mezzaluna per Luna e argento, i segni di Marte per il ferro, di Venere per il rame, di Mercurio per il mercurio, di Giove per lo stagno e di Saturno per il piombo.
Un lessico in continua crescita
Nel Medioevo latino e nel Rinascimento il repertorio si ampliò enormemente. Accanto ai metalli comparvero segni per lo zolfo, il sale, l'antimonio, il vetriolo, l'arsenico e per decine di altre sostanze. Si aggiunsero simboli per le operazioni, come la distillazione, la calcinazione o la sublimazione, e per gli strumenti di laboratorio. Spesso una stessa sostanza aveva più segni, e uno stesso segno poteva cambiare significato da un autore all'altro.
I quattro elementi furono rappresentati con triangoli: con la punta in alto per il fuoco, in basso per l'acqua, e con una linea orizzontale per l'aria e la terra. Questa convenzione, divenuta classica, è attestata soprattutto a partire dall'età moderna. Nel Seicento e nel Settecento furono stampate tavole e dizionari che raccoglievano centinaia di segni, utili agli speziali e ai chimici che dovevano decifrare ricette e manoscritti più antichi.
Segreto e trasmissione
La scrittura per simboli aveva anche una funzione di riservatezza. Gli alchimisti erano convinti che il loro sapere non dovesse cadere in mani indegne, e preferivano esprimersi con allegorie, nomi mitologici e segni comprensibili solo agli iniziati. Il simbolo permetteva di abbreviare, ma anche di velare: chi non conosceva la chiave vedeva soltanto figure misteriose.
Alla fine del Settecento la chimica moderna abbandonò questa tradizione. Nel 1787 Antoine-Laurent Lavoisier e i suoi collaboratori pubblicarono il Méthode de nomenclature chimique, che introduceva nomi sistematici per le sostanze. All'inizio dell'Ottocento John Dalton propose simboli circolari per gli atomi, e poco dopo Jöns Jacob Berzelius adottò le lettere iniziali dei nomi latini degli elementi, come Au per l'oro e Ag per l'argento, il sistema ancora oggi in uso.
Eppure i segni degli alchimisti non sono scomparsi. Sopravvivono nei simboli dei pianeti usati dagli astronomi e dagli astrologi, in quelli del maschile e del femminile, che derivano dai segni di Marte e di Venere, e nell'immaginario di libri, film e opere d'arte. Sono l'eredità visibile di un lungo tentativo di scrivere la materia con il linguaggio del cielo.