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L'alfabeto di Utopia: le lettere inventate di Tommaso Moro

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L'alfabeto utopiano pubblicato nella prima edizione di Utopia (Lovanio, 1516): lettere, quartina in lingua utopiana e il ruolo di Pieter Gillis.

Quando, nel dicembre del 1516, il tipografo Dirk Martens stampò a Lovanio la prima edizione di Utopia, il libro conteneva qualcosa di più del racconto di un'isola perfetta. Tra le pagine preliminari compariva un alfabeto inventato, con le lettere della lingua degli utopiani, e una breve poesia scritta in quella lingua, accompagnata dalla trascrizione e dalla traduzione latina. Era uno scherzo erudito, ma anche uno dei primi esempi a stampa di alfabeto immaginario in una finzione letteraria.

Un libro tra amici

Utopia è opera dell'umanista e statista inglese Tommaso Moro, nato a Londra nel 1478 e giustiziato nel 1535 per essersi opposto a Enrico VIII. Il libro, scritto in latino, descrive un'isola governata secondo ragione, raccontata dal viaggiatore immaginario Raffaele Itlodeo. Il titolo stesso è un gioco di parole greche: Utopia può significare «nessun luogo», ma richiama anche l'idea di un «buon luogo».

Alla preparazione del volume contribuirono gli amici di Moro, tra cui Erasmo da Rotterdam e l'umanista di Anversa Pieter Gillis, che compare anche come personaggio del libro. A Gillis viene di solito attribuita l'invenzione dell'alfabeto e della quartina utopiana, anche se l'attribuzione non è del tutto certa. Il gruppo di amici partecipava al gioco letterario con lettere, versi e note che rafforzavano l'illusione di un'isola reale.

Ventidue lettere geometriche

L'alfabeto utopiano conta ventidue segni, costruiti con forme geometriche semplici: cerchi, semicerchi, quadrati, triangoli e linee. Ogni segno corrisponde a una lettera latina. L'effetto è quello di una scrittura razionale e ordinata, coerente con lo spirito dell'isola descritta nel libro, dove anche la vita sociale è organizzata secondo regole chiare.

La quartina che accompagna l'alfabeto comincia con le parole «Vtopos ha Boccas peula chama», ed è presentata come se fosse scritta dagli stessi utopiani. Nella traduzione latina l'isola parla in prima persona e racconta di essere stata resa tale dal re Utopo, che l'aveva separata dal continente. Alcune parole utopiane sembrano costruite su radici greche e latine, in un divertimento linguistico che i lettori colti potevano apprezzare.

Un modello per le lingue immaginarie

L'alfabeto di Utopia inaugurò una tradizione destinata a lunga fortuna. Nei secoli successivi molti autori di viaggi immaginari e di utopie dotarono i loro mondi di lingue e scritture proprie, per renderli più credibili e più lontani dall'esperienza comune. Basta pensare ai viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, pubblicati nel 1726, in cui compaiono parole di lingue inventate attribuite ai popoli visitati dal protagonista.

Nelle edizioni successive di Utopia l'alfabeto venne ridisegnato più volte, con variazioni nella forma delle lettere. Questo dettaglio mostra quanto i tipografi considerassero quella pagina parte integrante del libro, e non un semplice ornamento. Nell'edizione di Basilea del 1518, curata con la collaborazione di Erasmo e illustrata con incisioni, la pagina con l'alfabeto e la mappa dell'isola contribuì a fissare nell'immaginario europeo l'aspetto di Utopia.

Rispetto agli alfabeti magici del Rinascimento, quello di Utopia non pretende di avere origini sacre né poteri particolari. È un'invenzione dichiarata, nata dal gusto umanistico per il gioco e per la finzione. Eppure condivide con essi un'idea fondamentale: che una scrittura nuova possa aprire le porte di un mondo diverso da quello in cui si vive.