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א-12 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

Om, la sillaba sacra: dalle Upanishad al simbolo ॐ

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Il significato della sillaba Om nelle Upanishad, l'analisi A-U-M della Mandukya, il pranava negli Yoga Sutra e Om nel buddhismo, giainismo e sikhismo.

Nessun suono ha avuto nella storia religiosa dell'India un ruolo paragonabile a quello della sillaba Om. Pronunciata all'inizio e alla fine della recitazione dei Veda, incisa sugli ingressi dei templi, scritta con un segno grafico inconfondibile, essa è chiamata anche pranava, termine spesso spiegato come «ciò che risuona in avanti» o «lode». La sua storia permette di seguire l'evoluzione del pensiero indiano dal rituale vedico alla filosofia delle Upanishad.

La sillaba nelle Upanishad

La Chandogya Upanishad, una delle più antiche, si apre proprio con l'invito a venerare la sillaba Om come udgitha, il canto liturgico del sacerdote cantore. La Taittiriya Upanishad la identifica con il brahman, il principio assoluto, mentre la Katha Upanishad la presenta come la parola che tutti i Veda proclamano. Da semplice esclamazione rituale, Om divenne così il nome sonoro della realtà suprema.

Il testo più celebre è la Mandukya Upanishad, brevissima, che si apre affermando che tutto questo è la sillaba Om. Essa scompone la sillaba nei tre elementi a, u e m, e li collega a tre condizioni della coscienza: la veglia, il sogno e il sonno profondo. Il silenzio che segue la sillaba corrisponde al quarto stato, turiya, che trascende gli altri tre e coincide con il Sé.

Dalla Bhagavad Gita agli Yoga Sutra

Nella Bhagavad Gita Krishna dichiara di essere, tra le parole, la sillaba unica. Il poema ricorda anche la formula om tat sat, considerata una designazione triplice del brahman, che i sacerdoti pronunciavano durante sacrifici, doni e pratiche ascetiche. In questo modo Om entrò stabilmente nella vita religiosa quotidiana come sigillo di ogni atto sacro.

Gli Yoga Sutra attribuiti a Patanjali, composti probabilmente nei primi secoli dell'era volgare, affermano che il pranava è l'espressione di Ishvara, il Signore. I commentatori successivi svilupparono ampiamente questo passo, facendo di Om il centro di numerose riflessioni filosofiche sul rapporto tra il nome e ciò che esso designa. Il commento più antico, attribuito a Vyasa, insiste sul legame eterno tra la parola e il suo significato.

Un simbolo condiviso da molte religioni

La sillaba non appartiene soltanto all'induismo. Nel buddhismo apre molte formule sacre, la più nota delle quali è om mani padme hum, legata al bodhisattva Avalokiteshvara e onnipresente nel mondo tibetano. Nel giainismo Om viene interpretata come contrazione delle iniziali dei cinque esseri supremi venerati dalla tradizione. Nel sikhismo il Guru Granth Sahib si apre con l'espressione Ik Onkar, «Uno è il Creatore».

Anche il segno grafico ha una sua storia. Il simbolo ॐ, oggi diffusissimo, nasce come legatura delle lettere indiane per o e m, con il punto nasale e la mezzaluna sovrapposti. Nelle diverse scritture del subcontinente, dal tamil al bengali, la sillaba assume forme differenti, e alcune tradizioni hanno attribuito un valore simbolico ai singoli tratti del disegno.

Om è dunque, allo stesso tempo, un suono, una lettera e un'idea. La sua lunga storia testimonia la convinzione, comune a molte culture dell'India, che la realtà più alta non possa essere descritta compiutamente a parole, ma possa essere evocata da una sola sillaba seguita dal silenzio. Per questo, ancora oggi, la si incontra tanto nei testi filosofici quanto nella vita religiosa di milioni di persone.