א-01 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaGeroglifici egizi: le «parole del dio» incise nella pietra
Come funzionavano i geroglifici egizi: logogrammi, fonogrammi e determinativi, il dio Thoth e il potere magico attribuito ai segni.
Gli antichi Egizi chiamavano la propria scrittura monumentale medu netjer, «le parole del dio». I Greci la tradussero con hieroglyphika grammata, «lettere sacre incise», perché la vedevano soprattutto sulle pareti dei templi e delle tombe. Le prime testimonianze sicure risalgono a poco prima del 3000 a.C., e piccole etichette trovate ad Abido, nella tomba detta U-j, potrebbero essere ancora più antiche. Per oltre tremila anni questo sistema accompagnò la vita religiosa e politica della valle del Nilo.
Un sistema a tre livelli
Contrariamente a quanto si credette per secoli, i geroglifici non sono semplici simboli allegorici. Il sistema combina tre tipi di segni. I logogrammi indicano una parola intera, come il disegno del sole per «sole». I fonogrammi rappresentano suoni consonantici, da uno a tre per segno: la civetta vale m, la bocca vale r. I determinativi, infine, non si leggono ma chiariscono il significato, indicando ad esempio che una parola riguarda un uomo, una divinità o un'azione legata al camminare.
Le vocali non venivano scritte, e per questo la pronuncia esatta dell'egiziano antico resta in parte ricostruita. Si poteva scrivere da destra a sinistra, da sinistra a destra o in colonne: la regola pratica è che le figure umane e animali guardano verso l'inizio della riga. Nell'età classica i segni in uso erano alcune centinaia, mentre nei templi di epoca tolemaica i sacerdoti ne moltiplicarono il numero fino a diverse migliaia.
Thoth e il potere delle immagini
Secondo la tradizione egizia, la scrittura era un dono di Thoth, il dio dalla testa di ibis, signore della sapienza e scriba degli dèi. Nel Fedro di Platone il mito viene ripreso: il dio egizio Theuth presenta la scrittura al re Thamus, che ne teme gli effetti sulla memoria. Per gli Egizi, però, il segno scritto non era un semplice promemoria: aveva una forza propria, capace di rendere reale ciò che rappresentava.
Lo dimostra un'usanza documentata nelle tombe della fine dell'Antico Regno e dei periodi successivi. I segni che raffiguravano animali pericolosi, come serpenti e scorpioni, venivano talvolta tagliati a metà o privati di una parte del corpo, perché non potessero nuocere al defunto. Allo stesso modo, cancellare il nome di un faraone dai monumenti, come accadde ad Hatshepsut e ad Akhenaton, significava colpirne la memoria e l'esistenza nell'aldilà.
Ieratico, demotico e il lungo tramonto
Accanto ai geroglifici monumentali gli scribi usavano forme corsive per i papiri. Lo ieratico, nato quasi contemporaneamente ai geroglifici, servì a lungo per testi religiosi e amministrativi. Dal VII secolo a.C. si diffuse il demotico, ancora più rapido, adatto ai contratti e alla vita quotidiana. I geroglifici rimasero invece la scrittura della pietra, dei templi e dei sarcofagi, legata al culto e alla regalità.
Con la cristianizzazione dell'Egitto e la chiusura dei templi la conoscenza dei segni si spense. L'ultima iscrizione geroglifica datata si trova nel tempio di Iside a File e risale al 24 agosto del 394 d.C. Dopo quella data nessuno fu più in grado di leggerli per oltre quattordici secoli, e i geroglifici divennero il simbolo stesso di una sapienza perduta.
Proprio questo silenzio alimentò per secoli l'idea che le pareti dei templi custodissero segreti metafisici accessibili solo agli iniziati. La decifrazione ottocentesca ha mostrato che vi si leggono inni, nomi, offerte, formule funerarie e decreti, ma non ha cancellato il fascino di una scrittura che i suoi stessi autori consideravano parola divina, capace di dare vita a ciò che nominava.