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א-02 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

La Stele di Rosetta: un decreto sacerdotale in tre scritture

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Storia della Stele di Rosetta: il decreto di Menfi del 196 a.C., la scoperta del 1799, il passaggio al British Museum e il ruolo nella decifrazione.

Nel luglio del 1799, durante la campagna d'Egitto di Napoleone, alcuni soldati francesi impegnati nei lavori di rafforzamento di un forte presso Rashid, la città che gli Europei chiamavano Rosetta, trovarono una lastra scura coperta di iscrizioni. L'ufficiale Pierre-François Bouchard ne comprese subito l'importanza: sulla pietra comparivano tre scritture diverse. Era l'inizio della storia del reperto forse più celebre dell'archeologia, oggi conservato al British Museum di Londra.

Che cosa dice il testo

La stele, in granodiorite e alta poco più di un metro, è un frammento di una lastra più grande. Riporta un decreto emanato nel 196 a.C. da un sinodo di sacerdoti riuniti a Menfi in onore del giovane re Tolomeo V Epifane, nel primo anniversario della sua incoronazione. Il testo elenca i benefici concessi dal sovrano ai templi, come esenzioni fiscali e restauri, e in cambio stabilisce onori di culto per il re in tutti i santuari d'Egitto.

Il decreto stesso prescrive di essere inciso su pietra in «lettere sacre, native e greche». Le tre fasce di scrittura corrispondono a questa formula: in alto i geroglifici, in gran parte perduti per la frattura della pietra; al centro il demotico, la scrittura corrente dell'epoca; in basso il greco, la lingua della corte tolemaica. Lo stesso testo era dunque leggibile dagli dèi, dai sacerdoti, dal popolo e dall'amministrazione.

Dai Francesi agli Inglesi

Gli studiosi della spedizione francese ne fecero subito calchi e copie, che circolarono in Europa. Dopo la sconfitta francese, però, il trattato di capitolazione di Alessandria del 1801 assegnò ai Britannici le antichità raccolte, e la stele arrivò a Londra nel 1802. Da allora è esposta al British Museum, dove si trova ancora oggi, e sul suo fianco si leggono le iscrizioni dipinte che ricordano la cattura da parte dell'esercito britannico.

La parte greca fu tradotta rapidamente, perché quella lingua era ben conosciuta. Il problema erano le altre due scritture. Il francese Antoine-Isaac Silvestre de Sacy e lo svedese Johan David Åkerblad lavorarono sul demotico e riuscirono a individuare alcuni nomi propri, come quello di Tolomeo. Restavano però oscuri sia il funzionamento generale del demotico sia, soprattutto, quello dei geroglifici.

Una chiave, non una soluzione

Si dice spesso che la Stele di Rosetta abbia permesso di leggere i geroglifici, ma la realtà è più sfumata. La pietra offriva un testo bilingue, che consentiva di confrontare parole note in greco con i segni egizi. Il britannico Thomas Young, nel secondo decennio dell'Ottocento, vi riconobbe il valore fonetico di alcuni segni nel cartiglio di Tolomeo. La decifrazione completa, però, richiese altri testi, la conoscenza del copto e l'intuizione di Jean-François Champollion.

Oggi sappiamo inoltre che la stele non era un esemplare unico. Copie dello stesso decreto, più o meno complete, sono state ritrovate in altre località egiziane, a conferma che il testo era destinato a essere esposto in numerosi templi del paese. Quella di Rosetta deve la sua fama non all'unicità, ma al momento e al luogo in cui fu scoperta.

Per un decreto amministrativo nato per celebrare un re adolescente, il destino è stato straordinario. La Stele di Rosetta è diventata il simbolo di ogni chiave capace di aprire un sapere nascosto, e il suo nome è entrato nell'uso comune per indicare qualunque strumento che permetta di comprendere un linguaggio sconosciuto.