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א-03 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

Champollion e il 1822: come si tornò a leggere i geroglifici

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Jean-François Champollion, la Lettre à M. Dacier del 1822, il ruolo del copto e di Thomas Young: la storia della decifrazione dei geroglifici egizi.

Jean-François Champollion nacque a Figeac, nel sud-ovest della Francia, il 23 dicembre 1790. Cresciuto a Grenoble sotto la guida del fratello maggiore Jacques-Joseph, mostrò fin da ragazzo una passione quasi ossessiva per le lingue orientali: ebraico, arabo, siriaco, aramaico e soprattutto copto. Proprio quest'ultima lingua, discendente diretta dell'egiziano antico e conservata nella liturgia dei cristiani d'Egitto, si rivelò la sua arma decisiva.

Il dibattito prima di Champollion

Per secoli gli studiosi europei avevano creduto che i geroglifici fossero simboli puramente concettuali, immagini che esprimevano idee senza alcun legame con i suoni. Il gesuita Athanasius Kircher, nel Seicento, aveva proposto traduzioni mistiche e del tutto fantasiose. Già nel Settecento alcuni, come il danese Georg Zoëga, avevano invece ipotizzato che i nomi chiusi nei cartigli fossero nomi di re e che almeno una parte dei segni avesse un valore fonetico.

Il medico e fisico britannico Thomas Young fece un passo importante tra il 1814 e il 1819. Studiando la Stele di Rosetta, attribuì valori sonori ad alcuni segni del cartiglio di Tolomeo. Young, però, riteneva che la scrittura fonetica servisse solo a trascrivere nomi stranieri, come quelli dei sovrani greci, e che il resto del sistema rimanesse simbolico. Fu questo limite che Champollion riuscì a superare.

Tolomeo, Cleopatra e Ramesse

Un aiuto decisivo venne da un obelisco scoperto a File e portato in Inghilterra dal collezionista William John Bankes, che recava un'iscrizione greca con i nomi di Tolomeo e Cleopatra. Confrontando i due cartigli, Champollion verificò che i segni comuni ai due nomi, come quelli per p, t, o e l, occupavano le posizioni attese. Ottenne così un primo alfabeto di valori fonetici affidabili, da mettere alla prova su altri nomi.

La svolta arrivò nel settembre del 1822, quando ricevette copie di iscrizioni dal tempio di Abu Simbel. In un cartiglio riconobbe il segno del sole, che in copto si dice ra, seguito da segni che sapeva leggere come m e s: ne ricavò il nome Ramesse. Era la prova che anche i nomi dei faraoni egizi, molto più antichi dei Tolomei, venivano scritti con segni fonetici. Secondo un racconto tramandato in famiglia, corse dal fratello e svenne per l'emozione.

La Lettre à M. Dacier e oltre

Il 27 settembre 1822 Champollion presentò i suoi risultati all'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres di Parigi in una lettera indirizzata al segretario Bon-Joseph Dacier. Due anni dopo, nel Précis du système hiéroglyphique, descrisse il sistema completo: i geroglifici erano allo stesso tempo figurativi, simbolici e fonetici, spesso all'interno della stessa parola. Era la fine di una visione puramente esoterica dei segni.

Seguirono anni intensi. Studiò i papiri del Museo Egizio di Torino, divenne conservatore della sezione egizia del Louvre e nel 1828 e 1829 guidò in Egitto una spedizione franco-toscana insieme all'italiano Ippolito Rosellini. Nel 1831 ottenne la prima cattedra di egittologia al Collège de France, ma morì a Parigi il 4 marzo 1832, ad appena quarantun anni. La sua Grammaire égyptienne fu pubblicata postuma dal fratello.

Non tutti accettarono subito le sue conclusioni. Furono gli studi del tedesco Karl Richard Lepsius e, nel 1866, la scoperta del bilingue Decreto di Canopo a confermarle in modo definitivo. Da allora l'egittologia è diventata una disciplina filologica, e i geroglifici hanno smesso di essere enigmi per tornare a essere ciò che erano: testi da leggere.