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Rune e Italia antica: gli alfabeti nord-etruschi delle Alpi

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Leponzio, camuno, retico e venetico: gli alfabeti alpini derivati dall'etrusco, l'elmo di Negau e l'ipotesi di un legame con le rune germaniche.

Prima che i Germani incidessero le loro rune, le valli alpine conoscevano già la scrittura da secoli. Tra il VII e il V secolo avanti Cristo, popoli diversi dell'Italia settentrionale adattarono l'alfabeto etrusco alle proprie lingue, creando una famiglia di scritture che gli studiosi chiamano nord-etrusche o nord-italiche. Proprio in questi alfabeti alcuni hanno cercato il modello delle rune.

Una famiglia di alfabeti

L'alfabeto di Lugano, o leponzio, era usato dai Celti della regione dei laghi, tra Ticino, Lombardia e Piemonte. Tra le sue testimonianze più celebri c'è l'iscrizione di Prestino, vicino a Como, incisa su un blocco di pietra nel V secolo avanti Cristo. L'alfabeto di Sondrio, detto anche camuno, si trova soprattutto sulle rocce della Val Camonica, celebre per le sue migliaia di incisioni rupestri e iscritta nel Patrimonio UNESCO dal 1979.

L'alfabeto di Bolzano, o retico, serviva per la lingua dei Reti, popolo alpino la cui lingua sembra imparentata con l'etrusco. Il venetico, infine, era scritto nell'area di Este e di Padova, dove molte iscrizioni si trovano su tavolette votive di bronzo e su stili scrittori offerti alla dea Reitia. Tutti questi alfabeti si scrivevano spesso da destra a sinistra, come l'etrusco.

L'elmo di Negau

Nel 1811, a Ženjak, nell'attuale Slovenia, vicino alla località allora chiamata Negau, furono scoperti ventisei elmi di bronzo di tipo etrusco-alpino, sepolti insieme. Due di essi portano iscrizioni in alfabeto nord-etrusco. Su quello oggi indicato come elmo B si legge una sequenza che molti studiosi interpretano come harigasti teiva, e che potrebbe essere un nome germanico, Harigast, accompagnato da una parola che indica un dio o un titolo sacro.

La datazione è discussa: gli elmi sono più antichi, ma l'iscrizione potrebbe essere stata aggiunta tra il III e il I secolo avanti Cristo. Se la lettura è corretta, si tratterebbe di una delle più antiche attestazioni di una lingua germanica, scritta però con un alfabeto italico. L'elmo B è oggi conservato a Vienna, al Kunsthistorisches Museum.

L'ipotesi nord-italica

Nel 1928 il linguista norvegese Carl Marstrander propose che le rune derivassero dagli alfabeti nord-italici. A sostegno dell'ipotesi c'erano le somiglianze di alcune forme, come quelle della S, della T, della L o della A, e la possibilità che popolazioni germaniche avessero incontrato queste scritture nelle Alpi o lungo le vie dell'ambra. Altri studiosi hanno ripreso l'idea in varie forme nel corso del Novecento.

Contro di essa pesa soprattutto la distanza cronologica: gli alfabeti alpini erano in declino quando compaiono le prime rune, nel II secolo dopo Cristo, e l'alfabeto latino era ormai dominante. Molti oggi pensano a un modello principalmente latino, con possibili influenze alpine in alcuni segni. La questione resta aperta, e l'elmo di Negau ne è il simbolo più suggestivo.

Al di là dell'origine delle rune, gli alfabeti nord-etruschi meritano attenzione per sé stessi. Raccontano un'Italia antica plurilingue, in cui Celti, Reti, Veneti e Camuni presero in prestito la scrittura dagli Etruschi e la trasformarono, lasciando sulle rocce, sui bronzi e sulle pietre tombali la memoria di lingue oggi scomparse.