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ᚠ-07 // Studio Esoterico Cornelio // 2 min di lettura

Thurisaz, la runa del gigante e della spina

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Thurisaz, terza runa del Futhark: il gigante delle saghe nordiche, la spina del poema inglese e la lettera þ ancora viva nell'alfabeto islandese.

Tra le rune che sono sopravvissute fino a oggi, una si legge ancora ogni giorno sui giornali di Reykjavík. È la terza del Futhark, thurisaz, che nell'alfabeto islandese è diventata la lettera þ, pronunciata come il th dell'inglese thing. Il suo nome, però, ci porta in un mondo molto lontano dalla tipografia: quello dei giganti, nemici degli dèi nella mitologia nordica.

Il gigante dei poemi nordici

Il nome germanico ricostruito, thurisaz, corrisponde all'antico nordico þurs, uno dei termini che designavano i giganti, accanto a jötunn. Nella cosmologia dell'Edda i giganti abitano lo Jötunheimr e rappresentano le forze del caos che minacciano l'ordine di Asgard. Il dio Thor è il loro avversario per eccellenza, e il suo martello Mjöllnir è l'arma con cui li abbatte.

Il poema runico norvegese dice che il gigante provoca la malattia delle donne, e quello islandese lo chiama tormento delle donne e abitante delle rupi. Queste formule, enigmatiche per noi, rispecchiano credenze medievali secondo cui alcune malattie erano opera di esseri soprannaturali. Il gigante della runa non è un personaggio, ma una forza ostile e indistinta.

La spina del poema inglese

In Inghilterra la runa cambiò nome. Il poema runico anglosassone la chiama thorn, spina, e la descrive con un'immagine concreta: «Ðorn byþ ðearle scearp», la spina è molto aguzza, dolorosa per chiunque la tocchi. Il cambio di nome si spiega forse con la volontà di sostituire un termine pagano con uno neutro, oppure con la semplice somiglianza fonetica. Il segno, un'asta con una punta triangolare sul fianco, ricorda in effetti una spina.

Con questo nome la runa entrò nell'alfabeto latino dell'inglese antico. Gli scribi la usavano per il suono th, e la lettera thorn sopravvisse nei manoscritti inglesi fino al tardo Medioevo. Quando le forme si confusero con la y, nacque l'abitudine di scrivere ye per the, ancora visibile in certe insegne d'imitazione antica.

Una runa nelle saghe e nelle Edde

Nel carme eddico Skírnismál, il messaggero del dio Freyr minaccia la gigantessa Gerðr che rifiuta il suo signore, dichiarando di incidere per lei la runa del gigante e altri tre segni: «Þurs ríst ek þér ok þría stafi». La scena mostra che le rune erano ritenute capaci di agire su chi le riceveva, e che thurisaz era associata alla sventura. Il testo si conserva nel Codex Regius, manoscritto islandese del XIII secolo.

Nelle iscrizioni reali, tuttavia, la runa è soprattutto una lettera molto usata, perché il suono th era frequente nelle lingue germaniche. Compare in nomi, verbi e pronomi, come nella parola þausi, «questi», sulla grande pietra di Jelling. Nell'inglese antico e nell'islandese medievale il segno passò poi dalla pietra alla pergamena, conservando lo stesso valore.

Thurisaz ha così una doppia vita. Nella poesia e nel mito evoca giganti, spine e minacce; nell'uso quotidiano è un semplice segno per un suono comune. Che una runa legata ai nemici degli dèi sia sopravvissuta proprio come lettera, mentre quasi tutte le altre scomparivano, è una delle piccole ironie della storia della scrittura.