ᚠ-06 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaFehu, la prima runa: il bestiame, la ricchezza e la discordia
Fehu apre il Futhark: dal germanico per bestiame alla ricchezza mobile, ecco come la descrivono i poemi runici inglese, norvegese e islandese.
Per un popolo di allevatori, la vera misura della ricchezza camminava su quattro zampe. Non stupisce allora che la prima runa del Futhark, fehu, porti il nome del bestiame. Il segno, un'asta verticale con due tratti obliqui rivolti verso l'alto a destra, rappresenta il suono f e apre la serie in tutte le sue versioni, dall'alfabeto antico a quello vichingo e a quello anglosassone.
Una parola antica quanto l'indoeuropeo
Il nome germanico ricostruito, fehu, ha parenti in molte lingue. Il latino pecus, gregge, da cui deriva pecunia, il denaro, risale alla stessa radice indoeuropea, e lo stesso vale per il sanscrito paśu. Nelle lingue germaniche la parola è sopravvissuta nel tedesco Vieh, bestiame, e nell'inglese fee, che oggi indica un compenso o una tariffa. Il passaggio dal gregge al denaro, in latino come in germanico, racconta un'economia in cui gli animali erano moneta.
In antico nordico la runa si chiamava fé, in inglese antico feoh. In entrambi i casi il termine indicava ormai la ricchezza in generale, i beni mobili, l'oro e l'argento, non solo le mandrie. Questa estensione di senso si riflette nei poemi runici medievali, che commentano la runa con versi morali.
Che cosa dicono i poemi
Il poema runico anglosassone apre con un'immagine positiva: «Feoh byþ frofur fira gehwylcum», la ricchezza è conforto per ogni uomo. Subito dopo, però, ammonisce che ciascuno deve distribuirla generosamente se vuole ottenere gloria davanti al Signore. È il punto di vista di una società cristiana, in cui la generosità del capo verso i suoi uomini era una virtù aristocratica.
I poemi scandinavi sono più cupi. Quello norvegese afferma che la ricchezza provoca liti tra i parenti, mentre il lupo cresce nella foresta. Quello islandese la definisce «frænda róg», discordia dei congiunti, e aggiunge due kenning, cioè perifrasi poetiche: fuoco del mare e sentiero del serpente. Entrambe alludono all'oro, che nella poesia nordica brilla tra le onde e giace sotto i draghi.
Oro, draghi e maledizioni
Il legame tra ricchezza e discordia attraversa tutta la letteratura nordica. Nella leggenda dei Volsunghi, narrata nell'Edda poetica e nella saga omonima, il tesoro del nano Andvari porta con sé una maledizione che provoca la morte di chi lo possiede, dal drago Fáfnir agli eroi che lo uccidono. Il «sentiero del serpente» del poema islandese richiama proprio il drago che dorme sull'oro. Fehu, dunque, non era una runa di pura fortuna, ma un segno ambivalente.
Nelle iscrizioni la runa compare naturalmente come lettera, ad esempio nei nomi propri. Nel Medioevo scandinavo, quando le rune si usavano anche per abbreviare, il segno isolato poteva stare per la parola stessa, come fanno oggi alcuni simboli tipografici. Nei poemi runici, inoltre, la strofa dedicata a fehu apre sempre il componimento, e il suo tono morale anticipa quello delle strofe successive.
Le moderne letture divinatorie fanno di fehu un augurio di prosperità, ma questo uso non è documentato nelle fonti antiche. Le testimonianze storiche ci consegnano un'immagine più sfumata: la ricchezza come dono da condividere, come motivo di contesa e come oro conteso dai mostri. Una visione realistica, quasi severa, che dice molto sulla mentalità di chi incideva queste lettere.