Marchio registrato Studio Esoterico CornelioAlfabeti OccultiUn sito dello Studio Esoterico Cornelio
א-19 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

La scrittura tibetana: Thonmi Sambhota e le lettere del Dharma

THONMICQXWVRROT9 · PIGPENᛗᚹᛉᛈᛇᚺ

La nascita della scrittura tibetana sotto Songtsen Gampo, la figura di Thonmi Sambhota, il canone buddhista e le pietre mani incise con i mantra.

Nel VII secolo il Tibet divenne una grande potenza dell'Asia interna sotto il re Songtsen Gampo, morto intorno al 649. Secondo le cronache tibetane, il sovrano inviò in India un giovane ministro, Thonmi Sambhota, perché imparasse la scrittura e la grammatica. Al suo ritorno egli avrebbe creato l'alfabeto tibetano, adattando una scrittura indiana ai suoni della propria lingua. Da quel momento, racconta la tradizione, il Tibet poté accogliere gli insegnamenti del Buddha nei propri libri.

Tra tradizione e storia

La figura di Thonmi Sambhota è centrale nella memoria religiosa tibetana, ma alcuni studiosi moderni ne hanno discusso la storicità o hanno ipotizzato che forme di scrittura esistessero già prima di lui. È invece certo che l'alfabeto tibetano deriva da un modello indiano della famiglia brahmi, probabilmente di tipo tardo-gupta, anche se si discute se la fonte diretta provenisse dal Kashmir, dall'India settentrionale o dall'area di Khotan.

Alla tradizione si attribuiscono a Thonmi anche due brevi trattati di grammatica, ancora studiati nei monasteri. Le testimonianze più antiche della lingua scritta sono iscrizioni su pilastri, come quelle di Lhasa, e i manoscritti ritrovati nella grotta-biblioteca di Dunhuang, murata intorno all'anno 1000 e riaperta nel 1900, che contengono annali, testi religiosi e documenti amministrativi dell'impero tibetano.

Trenta consonanti e quattro vocali

L'alfabeto tibetano comprende trenta consonanti, ciascuna con una vocale a implicita, e quattro segni per le altre vocali, posti sopra o sotto la lettera. Le sillabe sono separate da un piccolo punto, lo tsheg, che rende riconoscibile a colpo d'occhio una pagina tibetana. L'ortografia classica conserva molte lettere che nella pronuncia moderna non si sentono più, testimonianza della lingua di oltre mille anni fa.

Esistono due grandi famiglie di stili. La scrittura uchen, «con la testa», ha una linea superiore ed è usata per i testi religiosi e la stampa xilografica. La scrittura ume, «senza testa», è più corsiva e adatta alla corrispondenza. Nel 1269 il maestro sakya Phagpa creò per l'imperatore mongolo Kublai Khan una scrittura derivata dal tibetano, pensata per tutte le lingue dell'impero, che però ebbe vita breve.

Il canone e le pietre incise

La scrittura tibetana nacque in stretto rapporto con la traduzione dei testi buddhisti dal sanscrito. Commissioni di traduttori tibetani e maestri indiani fissarono un vocabolario tecnico molto preciso. Nel XIV secolo lo studioso Buton Rinchen Drub contribuì in modo decisivo all'ordinamento delle due grandi raccolte, il Kangyur, che riunisce le parole attribuite al Buddha, e il Tengyur, che contiene i commentari.

La parola scritta ha in Tibet anche una presenza visibile nel paesaggio. Lungo i sentieri e attorno ai monasteri si trovano cumuli di pietre mani, sulle quali è incisa la formula om mani padme hum, e bandiere di preghiera stampate con testi sacri. Nella tradizione si riteneva che il vento e la pietra diffondessero e custodissero la benedizione delle parole scritte.

Così, in una delle regioni più alte del mondo, un alfabeto nato secondo la tradizione per accogliere il Dharma è diventato il fondamento di una delle maggiori letterature religiose dell'Asia, trasmessa per secoli nei monasteri e oggi studiata in tutto il mondo. Molti testi indiani perduti nell'originale sanscrito sopravvivono oggi soltanto nelle traduzioni tibetane, e questo rende quella scrittura preziosa anche per la storia del buddhismo indiano.