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I poemi runici: le rune spiegate in versi dal Medioevo

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Il poema runico anglosassone, quello norvegese e quello islandese: tre testi medievali che conservano i nomi e i significati delle rune.

Senza tre brevi componimenti medievali, oggi conosceremmo le rune quasi solo come suoni. Sono i poemi runici, testi in versi che dedicano una strofa a ciascuna runa, partendo dal suo nome. Ne esistono tre principali: uno in inglese antico, uno in norvegese antico e uno in islandese. Nati come strumenti per ricordare l'alfabeto, sono diventati la fonte più importante sui nomi delle rune e sui loro significati tradizionali.

Il poema anglosassone

Il poema runico anglosassone descrive ventinove rune del Futhorc, una per strofa, in versi allitterativi. Ogni strofa nomina la runa e ne sviluppa l'immagine: la ricchezza, l'uro, la spina, il viaggio, il ghiaccio, il sole. Il tono è spesso morale e cristiano, con riferimenti al Signore e alla generosità. La datazione è incerta, ma il testo sembra risalire all'età anglosassone.

La sua sopravvivenza è quasi un caso. Il poema si trovava in un manoscritto della biblioteca di Sir Robert Cotton, il codice Otho B. x, distrutto nell'incendio della collezione del 1731. Il testo ci è giunto perché era stato stampato nel 1705 da George Hickes nel suo Thesaurus delle lingue settentrionali antiche. Gli studiosi lavorano quindi su una copia a stampa, non sull'originale.

Il poema norvegese

Il poema runico norvegese, databile intorno al XIII secolo, è composto da sedici distici, uno per ciascuna runa del Futhark recente. Ogni distico unisce due frasi apparentemente slegate: la prima riguarda la runa, la seconda è spesso un proverbio o un'immagine della natura, legata alla prima soltanto dalla rima. Così, dopo aver detto che la ricchezza provoca liti tra parenti, il testo aggiunge che il lupo cresce nel bosco.

Anche questo poema ha avuto una storia avventurosa. Il manoscritto che lo conteneva andò perduto nell'incendio di Copenaghen del 1728, che distrusse la biblioteca universitaria. Il testo sopravvive grazie a trascrizioni realizzate nel Seicento. Una delle copie più note fu pubblicata dall'antiquario danese Ole Worm nel 1636, nel suo trattato sulla letteratura runica.

Il poema islandese

Il poema runico islandese, conservato in manoscritti del XV secolo, è il più regolare. Per ciascuna delle sedici rune propone tre kenning, cioè perifrasi poetiche: la grandine è grano freddo, il ghiaccio è corteccia dei fiumi, il sole è scudo delle nuvole. A ogni strofa seguono due glosse: una parola latina che traduce o interpreta il nome, e un termine nordico che significa capo o re e comincia con la stessa lettera, come fylkir per fé.

Proprio le glosse latine mostrano l'ambiente in cui il poema circolava: quello di chierici e dotti islandesi, cresciuti nella cultura cristiana ma ancora attenti alla tradizione poetica nordica. Le kenning ricordano quelle dell'Edda in prosa di Snorri Sturluson, scritta nel XIII secolo come manuale per i poeti. Si tratta di un'eredità che i dotti medievali coltivarono con consapevolezza.

I tre poemi non sono trattati di magia né manuali di divinazione. Sono testi didattici e letterari, nati in ambienti cristiani, che conservano però una memoria più antica dei nomi delle rune. Confrontandoli, i linguisti hanno ricostruito i nomi germanici del Futhark antico, e i lettori moderni vi trovano ancora un ritratto vivace di come i popoli del Nord guardavano la natura, la ricchezza e il destino.