א-07 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaL'alfabeto fenicio: ventidue lettere che viaggiarono per mare
L'alfabeto fenicio dal sarcofago di Ahiram alle lamine di Pyrgi: come mercanti e navigatori diffusero nel Mediterraneo la madre di molte scritture.
Le città fenicie della costa libanese, come Biblo, Tiro e Sidone, non costruirono un grande impero territoriale, ma dominarono per secoli le rotte del Mediterraneo. Insieme a porpora, legno di cedro e vetro, i loro mercanti portarono con sé uno strumento destinato a durare più di qualsiasi merce: un alfabeto di ventidue lettere, solo consonanti, scritto da destra a sinistra. Da esso discendono, direttamente o indirettamente, gran parte delle scritture alfabetiche del mondo.
Il sarcofago di Ahiram
Una delle iscrizioni fenicie più celebri fu scoperta nel 1923 a Biblo dall'archeologo francese Pierre Montet. Si trova sul sarcofago di Ahiram, re della città, e fu fatta incidere dal figlio Ittobaal. La datazione è discussa, ma molti studiosi la collocano intorno al X secolo a.C. Il testo contiene una maledizione contro chiunque osi aprire la tomba: lo scettro del suo potere sarà spezzato e il trono del suo regno rovesciato.
Questa formula mostra un aspetto importante della scrittura antica. Incidere un testo sulla pietra non serviva solo a ricordare, ma a proteggere: la parola scritta aveva una forza vincolante, capace di agire nel tempo anche quando nessuno era presente a leggerla. Maledizioni simili compaiono in molte iscrizioni funerarie del Vicino Oriente.
Dalla Sardegna a Pyrgi
Seguendo i Fenici, l'alfabeto raggiunse Cipro, Malta, la Sicilia occidentale, la Sardegna, la Spagna e Cartagine, fondata secondo la tradizione da coloni di Tiro. La stele di Nora, in Sardegna, risale probabilmente al IX o VIII secolo a.C. ed è una delle più antiche iscrizioni fenicie del Mediterraneo occidentale. A Cartagine il fenicio si evolse nel punico, usato fino all'epoca romana.
Nel 1964, nel santuario etrusco di Pyrgi, sulla costa laziale, furono scoperte tre lamine d'oro della fine del VI secolo a.C. Due sono in etrusco e una in fenicio, e ricordano la dedica di un luogo sacro da parte di Thefarie Velianas, signore di Caere, alla dea che i Fenici chiamavano Astarte e gli Etruschi Uni. È una delle testimonianze più eloquenti dell'incontro tra culture nel Tirreno antico.
Le figlie dell'alfabeto fenicio
I Greci riconoscevano apertamente il proprio debito. Erodoto racconta che fu il fenicio Cadmo, giunto in Beozia, a insegnare le lettere ai Greci, che per questo le chiamarono phoinikeia, «fenicie». Il mito personifica un processo reale: i Greci adattarono i segni fenici alla propria lingua, aggiungendo le vocali, e da loro l'alfabeto passò agli Etruschi e poi ai Romani.
In Oriente il fenicio generò l'aramaico, diventato lingua amministrativa degli imperi assiro e persiano. Dall'aramaico derivano a loro volta la scrittura ebraica quadrata, il siriaco e, attraverso il nabateo, l'alfabeto arabo. Molti studiosi ritengono inoltre che anche la brahmi indiana, antenata del devanagari, abbia un'origine aramaica, anche se la questione resta discussa.
È difficile sopravvalutare l'importanza di questa invenzione. Un sistema di pochi segni, imparabile in breve tempo, sottrasse la scrittura al monopolio di ristrette caste di scribi e la rese disponibile a mercanti, artigiani e sacerdoti di popoli diversi. Ogni volta che scriviamo una lettera latina, greca, ebraica o araba, ripetiamo un gesto nato sulle banchine dei porti fenici.