א-09 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaAleph, bet e shin: il simbolismo delle lettere ebraiche
Perché la Torah inizia con la bet, il silenzio dell'aleph, la shin sulla mezuzah: le lettere ebraiche nel Midrash, nello Zohar e nella tradizione.
La Torah si apre con la parola bereshit, «in principio», e dunque con la lettera bet, la seconda dell'alfabeto. Questo semplice dato ortografico ha generato nei secoli una sorprendente quantità di commenti. Perché non iniziare con l'aleph, la prima lettera? Le risposte dei maestri ebraici mostrano bene come nella tradizione ogni lettera sia considerata portatrice di un significato, di una storia e quasi di una personalità.
La bet, casa aperta in avanti
Il Midrash Bereshit Rabbah propone una spiegazione celebre. La bet ha la forma di una casa chiusa su tre lati e aperta soltanto in avanti, nella direzione della scrittura. Così, dicono i maestri, l'uomo non deve indagare ciò che sta sopra, sotto o prima della creazione, ma ciò che viene dopo. Il nome stesso della lettera, che significa «casa», rafforza l'immagine del mondo come dimora preparata da Dio.
Un'altra interpretazione ricorda che la bet è l'iniziale di berakhah, «benedizione», mentre l'aleph è l'iniziale di arur, «maledetto». Il mondo, secondo questa lettura, doveva cominciare con una parola di bene. Il valore numerico della bet, due, è stato inoltre collegato alla dualità del creato: cielo e terra, luce e tenebre, mondo presente e mondo futuro.
L'aleph silenzioso
L'aleph è una lettera muta: da sola non ha suono, ma sostiene le vocali che la accompagnano. Il suo nome deriva dalla parola per «bue», memoria dell'antico segno pittografico, ed è vicino al termine che significa «maestro» o «insegnare». Per i mistici il suo silenzio simboleggia l'unità divina che precede ogni parola. Il suo valore numerico, uno, ne fa l'emblema dell'Uno.
Lo Zohar, il grande testo della Qabbalah composto nella Spagna del XIII secolo, racconta che prima della creazione le lettere si presentarono una dopo l'altra davanti al Santo, benedetto Egli sia, chiedendo di essere lo strumento con cui creare il mondo. Fu scelta la bet. L'aleph, che non aveva avanzato pretese, ricevette in compenso l'onore di aprire i Dieci Comandamenti con la parola anokhi, «Io sono».
La shin, il fuoco e il nome di Dio
Nel Sefer Yetzirah la shin è una delle tre lettere madri ed è associata al fuoco; la sua forma a tre bracci è stata spesso paragonata a fiamme che salgono. La si vede comunemente sulla custodia della mezuzah, il piccolo rotolo affisso agli stipiti delle case ebraiche, come iniziale di Shaddai, uno dei nomi di Dio. Compare anche, in rilievo, sulla scatoletta dei filatteri portati sul capo durante la preghiera.
Un'altra coppia di lettere ha nutrito le leggende. La parola emet, «verità», è formata da aleph, mem e tav; togliendo l'aleph resta met, «morto». Le leggende tarde sul golem, la creatura d'argilla attribuita a rabbini di Praga e di altre città, raccontano che su di essa fosse scritta la parola emet e che bastasse cancellare la prima lettera per farla tornare polvere.
Questi racconti non vanno letti come manuali, ma come forme di pensiero. Attraverso la forma, il suono e il numero delle lettere, la tradizione ebraica ha elaborato una vera teologia della scrittura, in cui ogni segno della Torah è considerato degno di attenzione, fino alla più piccola delle lettere, la yod, e alle coroncine che i copisti tracciano sopra alcune di esse.