א-11 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaIl devanagari: forma, ordine e simbolismo delle lettere indiane
Origine del devanagari dalla brahmi, la linea superiore shirorekha, l'ordine fonetico delle lettere e la dottrina tantrica delle matrika.
Chi osserva per la prima volta un testo in devanagari nota subito una caratteristica: le lettere sembrano appese a una linea orizzontale continua, come panni stesi ad asciugare. Questa barra superiore, chiamata shirorekha, è il tratto più riconoscibile della scrittura oggi usata per l'hindi, il marathi, il nepalese e, soprattutto, per stampare i testi in sanscrito. La sua storia, però, è molto più lunga di quanto la sua diffusione moderna lasci immaginare.
Dalla brahmi alla nagari
Il devanagari discende dalla brahmi degli editti di Ashoka attraverso una lunga serie di trasformazioni regionali. Dalla scrittura dell'epoca Gupta, tra IV e VI secolo d.C., si svilupparono forme come la siddham e poi la nagari, attestata nelle iscrizioni dell'India settentrionale a partire dalla fine del I millennio. La forma che possiamo definire devanagari si stabilizzò gradualmente intorno all'XI secolo.
Il nome è stato spiegato in vari modi. Nagari significa probabilmente «della città», e il prefisso deva, «divino», sembra un'aggiunta posteriore. L'interpretazione corrente di «scrittura della città degli dèi» è suggestiva, ma l'etimologia esatta resta discussa. Non a caso, nei manoscritti più antichi la scrittura è spesso chiamata semplicemente nagari.
Una scrittura sillabica ordinata
Il devanagari non è un alfabeto nel senso stretto, ma un sistema in cui ogni consonante porta con sé una vocale a implicita. Le altre vocali si indicano con piccoli segni attaccati alla consonante, sopra, sotto o ai lati. Quando due o più consonanti si incontrano senza vocale, si fondono in legature, a volte molto complesse, che rendono la scrittura del sanscrito particolarmente elaborata.
Ancora più notevole è l'ordine delle lettere. Le vocali vengono prima, seguite dalle consonanti raggruppate in base al punto di articolazione: gutturali, palatali, retroflesse, dentali e labiali, poi semivocali e sibilanti. È la stessa classificazione fonetica elaborata dagli antichi studiosi del Veda. L'alfabeto indiano è, in un certo senso, una mappa della bocca umana.
Le lettere come madri
Nelle tradizioni tantriche le lettere dell'alfabeto sanscrito, chiamate varna o akshara, ricevettero un significato cosmico. Erano dette matrika, «piccole madri», perché da esse si riteneva nascessero tutte le parole e, per estensione, tutti gli aspetti del mondo manifesto. In alcuni testi l'insieme delle lettere è considerato il corpo sonoro della dea, e la parola akshara significa anche «imperituro».
La tradizione interpretò in questa chiave anche alcune immagini della dea Kali. La ghirlanda di teste mozzate che essa porta al collo, composta di cinquanta elementi in alcune descrizioni, fu letta dai commentatori come la ghirlanda delle cinquanta lettere dell'alfabeto sanscrito. Allo stesso modo, la siddham, sorella antica del devanagari, viaggiò con il buddhismo fino in Cina e in Giappone, dove il monaco Kukai la diffuse all'inizio del IX secolo come scrittura sacra dei mantra.
Oggi il devanagari è una delle scritture più usate al mondo, sui giornali, negli schermi e nelle insegne delle città indiane. Eppure, in ogni lettera tracciata sotto la sua linea orizzontale, sopravvive l'antica convinzione che il suono articolato con esattezza sia una forma di conoscenza e, per molte tradizioni, un riflesso dell'ordine divino.