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א-13 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

La calligrafia araba: il calamo, il Corano e l'arte della lettera

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Dal cufico al thuluth: Ibn Muqla, Ibn al-Bawwab, Yaqut al-Musta'simi e Hamdullah, e il valore sacro della scrittura nella cultura islamica.

«Nun. Per il calamo e per ciò che scrivono»: con queste parole si apre la sessantottesima sura del Corano, intitolata appunto al calamo, la penna di canna dello scriba. Un'altra sura, tra le prime rivelate secondo la tradizione, ricorda che Dio ha insegnato all'uomo per mezzo del calamo. In una cultura che considera il Corano parola divina, trascrivere quella parola con bellezza divenne una delle forme più alte dell'arte e della devozione.

Dal nabateo al cufico

L'alfabeto arabo deriva dalla scrittura dei Nabatei, il popolo di Petra, che a sua volta discendeva dall'aramaico. Alcune iscrizioni preislamiche, come quella di Namara del 328 d.C., mostrano la lingua araba scritta ancora in caratteri nabatei; altre, come quelle di Zabad e di Harran nel VI secolo, documentano già forme vicine all'arabo. L'alfabeto definitivo conta ventotto lettere, molte delle quali si distinguono soltanto per la presenza e il numero dei punti.

I primi manoscritti coranici su pergamena usano spesso uno stile angolare e solenne, chiamato cufico dal nome della città di Kufa, in Iraq. Le lettere sono allungate in orizzontale e i fogli hanno di solito un formato più largo che alto. Una delle più antiche iscrizioni monumentali islamiche datate si trova nella Cupola della Roccia a Gerusalemme, terminata nel 691 o 692, dove una lunga fascia a mosaico riporta versetti coranici.

Le regole della proporzione

Una svolta decisiva viene attribuita a Ibn Muqla, visir abbaside morto nel 940. Secondo la tradizione, egli stabilì un sistema di proporzioni basato sul punto romboidale tracciato dalla punta del calamo e sull'altezza della lettera alif: ogni lettera doveva avere misure precise rispetto a questi moduli. Le scritture corsive, fino ad allora usate soprattutto nei documenti, acquistarono così dignità e regolarità.

Il suo lavoro fu perfezionato da Ibn al-Bawwab, morto nel 1022, di cui si conserva a Dublino, nella Chester Beatty Library, un celebre Corano copiato a Baghdad intorno all'anno 1000. Più tardi Yaqut al-Musta'simi, morto alla fine del XIII secolo, codificò i cosiddetti «sei calami», sei stili canonici tra cui il thuluth, monumentale ed elegante, e il naskh, chiaro e leggibile, ancora oggi usato per stampare il Corano.

Una scrittura che diventa architettura

Nell'Impero ottomano la calligrafia raggiunse un prestigio altissimo. Lo shaykh Hamdullah, morto nel 1520, maestro alla corte del sultano Bayezid II, fu venerato dai calligrafi successivi come caposcuola. In Persia si affermò il nastaliq, scrittura fluida e inclinata, preferita per la poesia. I calligrafi trasmettevano l'arte da maestro ad allievo con un diploma, l'ijaza, che garantiva la continuità della tradizione.

Nelle moschee e nei palazzi, dall'Alhambra di Granada alle moschee di Istanbul, versetti coranici, nomi di Dio e del Profeta corrono lungo pareti, cupole e portali. In ambito religioso l'islam ha generalmente evitato la raffigurazione di esseri viventi, e la scrittura ha assunto il ruolo che in altre tradizioni spetta alle immagini sacre: rendere visibile la presenza del divino.

Per il calligrafo tradizionale la bellezza della lettera non è un ornamento, ma una forma di rispetto. Ogni tratto del calamo, ogni proporzione tra alif e punto, è considerato un atto di attenzione verso il testo trascritto, e la pagina diventa così il luogo in cui arte, fede e disciplina si incontrano.