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Ψ-08 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

Bellaso e Vigenère: la storia di un'attribuzione sbagliata

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Il cifrario detto di Vigenère fu pubblicato nel 1553 dal bresciano Giovan Battista Bellaso: la chiave letterale, l'autochiave e la decifrazione di Kasiski.

Per oltre tre secoli i manuali hanno chiamato «cifrario di Vigenère» il sistema polialfabetico a chiave letterale, considerato a lungo inviolabile. Il nome però è il frutto di un equivoco. Il metodo era stato pubblicato a Venezia nel 1553 da un gentiluomo bresciano, Giovan Battista Bellaso, in un opuscolo intitolato La cifra del Sig. Giovan Battista Bellaso, mentre il diplomatico francese Blaise de Vigenère ne descrisse una forma diversa solo nel 1586.

Il contrassegno di Bellaso

Di Bellaso si sa relativamente poco: proveniva da una famiglia nobile di Brescia, studiò diritto e lavorò come segretario al servizio di alti prelati, tra cui, a quanto risulta, il cardinale Rodolfo Pio di Carpi. Come molti segretari del tempo maneggiava corrispondenza riservata e conosceva i limiti dei nomenclatori in uso. La sua innovazione fu pratica: affidare il cambio di alfabeto a una parola o a una frase facile da ricordare, che chiamava contrassegno.

Il principio, in termini descrittivi, è questo: a ogni lettera del messaggio si associa una lettera del contrassegno, ripetuto quanto serve, e ciascuna lettera della chiave indica quale alfabeto usare. Mittente e destinatario devono solo condividere la parola, che può essere cambiata a piacere senza sostituire tabelle o libretti. Bellaso pubblicò poi altri due opuscoli, nel 1555 e nel 1564, con varianti e perfezionamenti del suo sistema.

Il Traicté di Vigenère

Blaise de Vigenère, nato nel 1523, fu segretario e diplomatico al servizio della corte francese e soggiornò a Roma, dove entrò in contatto con l'ambiente dei cifristi pontifici. Nel 1586 pubblicò a Parigi il Traicté des chiffres, un ampio trattato che raccoglie con erudizione la storia della scrittura segreta, mescolandola a riflessioni sulla Cabala, sull'alchimia e sui misteri dei numeri.

Il contributo più originale di Vigenère non è la cifra a chiave ripetuta, ma un sistema più raffinato chiamato autochiave: una breve chiave iniziale avvia la cifratura, e poi è il messaggio stesso a fornire le lettere successive della chiave. È un metodo più robusto, che però fu presto dimenticato. Nell'Ottocento il nome di Vigenère finì associato alla versione più semplice, quella di Bellaso.

Il chiffre indéchiffrable e la sua caduta

Il cifrario a chiave ripetuta acquistò la fama di chiffre indéchiffrable, la cifra indecifrabile. In realtà il suo punto debole era proprio la ripetizione della chiave: se la parola ha cinque lettere, ogni quinta lettera del testo è cifrata con lo stesso alfabeto. Individuata la lunghezza, il messaggio si scompone in tante semplici sostituzioni, attaccabili con l'analisi delle frequenze.

Il matematico inglese Charles Babbage risolse il problema intorno alla metà dell'Ottocento, ma non pubblicò il suo metodo. Nel 1863 l'ufficiale prussiano Friedrich Wilhelm Kasiski descrisse in un libro come trovare la lunghezza della chiave osservando le sequenze ripetute nel testo cifrato. Da quel momento la cifra perse la sua aura, pur restando in uso per comunicazioni di secondo piano.

La riscoperta di Bellaso si deve agli storici della crittografia del Novecento, che hanno riletto i suoi opuscoli e restituito al bresciano il merito dell'invenzione. La sua vicenda ricorda che la storia delle idee è fatta anche di nomi sbagliati, e che un'innovazione pratica, una parola chiave facile da ricordare, può valere più di molte complicazioni.