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Ψ-17 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

I segretari alle cifre: la crittografia nella Repubblica di Venezia

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La crittografia nella Repubblica di Venezia: i segretari alle cifre, Giovanni Soro, il controllo del Consiglio dei Dieci e i cifrari dell'Archivio di Stato.

Poche potenze del Rinascimento dipendevano dalle informazioni quanto la Repubblica di Venezia. Commercio, diplomazia e guerra si reggevano su una rete di ambasciatori, consoli e informatori sparsi dal Levante alle corti europee. Per proteggere quella corrispondenza, e per leggere quella degli altri, la Serenissima sviluppò una delle organizzazioni crittografiche più avanzate del suo tempo, sotto il controllo diretto del Consiglio dei Dieci.

Ambasciatori e dispacci

Gli ambasciatori veneziani inviavano con regolarità dispacci al Senato, e al termine della missione presentavano una relazione, considerata dagli storici una fonte preziosa sugli Stati europei. Le parti più delicate dei dispacci venivano scritte in cifra, cioè con nomenclatori che combinavano simboli per le lettere, segni nulli e codici per i nomi di sovrani, città e argomenti ricorrenti. I cifrari venivano cambiati periodicamente, per ridurre il rischio che fossero compromessi.

Giovanni Soro e la scuola dei cifristi

La figura più celebre di questa tradizione è Giovanni Soro, che nei primi anni del Cinquecento fu nominato segretario alle cifre e lavorò per decenni al servizio della Repubblica. La sua fama di decifratore superò i confini veneziani: secondo le fonti, anche la corte pontificia gli sottopose messaggi da interpretare. Morì intorno al 1544, lasciando allievi che proseguirono il suo lavoro.

I segretari alle cifre lavoravano a Palazzo Ducale, in ambienti riservati, e dovevano mantenere il più stretto segreto. Le norme della Repubblica prevedevano che i giovani destinati a questo servizio fossero formati e messi alla prova, e che gli esperti fossero ricompensati per i risultati ottenuti. Si trattava di una vera carriera, con una gerarchia e una trasmissione di competenze da maestro ad allievo.

Il Consiglio dei Dieci e il segreto di Stato

Il Consiglio dei Dieci, l'organo che vigilava sulla sicurezza dello Stato, controllava l'attività crittografica e la corrispondenza riservata. A esso spettava la decisione su quali informazioni conservare, quali comunicare e quali usare contro avversari e rivali. Le lettere intercettate di altri Stati, decifrate dai segretari, entravano così nel complesso sistema di informazioni con cui la Repubblica orientava la propria politica.

Questa organizzazione non era esclusiva di Venezia: Firenze, Milano, Roma e altre corti italiane avevano propri cifristi, e l'Italia del Quattrocento e del Cinquecento è considerata la culla della crittografia diplomatica europea. Venezia si distinse però per la continuità e la formalizzazione del servizio, che rimase attivo, con varie trasformazioni, per secoli.

Le carte dell'Archivio di Stato

Molti documenti di questa attività si conservano oggi nell'Archivio di Stato di Venezia, nell'antico convento dei Frari: registri di cifrari, chiavi, dispacci cifrati con le relative trascrizioni in chiaro. Questi materiali hanno permesso agli storici di studiare l'evoluzione dei nomenclatori e di ricostruire il lavoro quotidiano dei cifristi, spesso fatto di pazienza, confronti e memoria più che di intuizioni improvvise.

La crittografia veneziana mostra come il segreto fosse parte integrante del governo della Serenissima. Dietro la sua celebre stabilità politica c'era anche il lavoro silenzioso di uomini capaci di proteggere le parole della Repubblica e di leggere, quando possibile, quelle degli altri, in un'epoca in cui un dispaccio letto in tempo poteva valere più di una flotta.