ᚠ-14 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaOdino e l'Hávamál: il mito della scoperta delle rune
Appeso per nove notti all'albero battuto dal vento: come l'Hávamál dell'Edda poetica racconta il sacrificio di Odino e la conquista delle rune.
Per i poeti islandesi del Medioevo le rune non erano un'invenzione umana. Secondo il mito, il dio Odino le conquistò con un sacrificio estremo, offrendo sé stesso a sé stesso. Il racconto si trova nell'Hávamál, il Discorso dell'Alto, uno dei carmi dell'Edda poetica, ed è uno dei passi più celebri e più discussi di tutta la letteratura nordica antica.
Il Discorso dell'Alto
L'Hávamál è conservato nel Codex Regius, un manoscritto islandese scritto intorno al 1270 e oggi custodito a Reykjavík, all'Istituto Árni Magnússon. Il carme è in realtà una raccolta di sezioni diverse, messe in bocca a Odino, l'Alto. La parte più ampia contiene consigli di saggezza pratica: come comportarsi da ospite, il valore dell'amicizia, la prudenza nel bere. Seguono racconti di avventure amorose del dio e infine la sezione sulle rune, chiamata dagli studiosi Rúnatal.
La datazione dei singoli carmi è incerta. Alcune parti possono essere molto più antiche del manoscritto, altre composte o rielaborate in epoca cristiana. Il testo, insomma, è una testimonianza preziosa ma stratificata, da leggere con prudenza quando lo si usa per ricostruire credenze dell'età vichinga. Molti studiosi la ritengono comunque una delle fonti più vicine al mondo pagano.
Nove notti sull'albero
Il passo comincia con parole famose: «Veit ek at ek hekk vindga meiði á», so di essere stato appeso all'albero sferzato dal vento. Odino racconta di essere rimasto appeso per nove notti intere, ferito da una lancia, dato in sacrificio a Odino, cioè a sé stesso, a un albero di cui nessuno sa da quali radici nasca. Non gli diedero pane né corno da bere; guardò in basso, raccolse le rune urlando e cadde.
L'albero è comunemente identificato con Yggdrasill, il frassino cosmico che regge i nove mondi; il nome stesso è spesso spiegato come «cavallo di Yggr», dove Yggr, il Terribile, è uno degli appellativi di Odino e il cavallo sarebbe la forca. Il numero nove ricorre spesso nella mitologia nordica, e la lancia è l'arma del dio. Gli studiosi hanno confrontato la scena con riti di sacrificio per impiccagione documentati da fonti medievali, come il racconto di Adamo di Brema sul tempio di Uppsala, e anche con la crocifissione cristiana, senza giungere a una conclusione condivisa.
Le rune venute dagli dèi
Dopo il sacrificio, Odino riceve sapienza e parole. Il carme prosegue con una serie di strofe che elencano canti o incantesimi di cui il dio dice di essere padrone, senza però trascriverne il contenuto: un canto per aiutare, uno contro i dolori, uno per spegnere il fuoco. Altri carmi eddici, come il Sigrdrífumál, parlano a loro volta di diversi tipi di rune, dalle rune di vittoria alle rune della birra.
L'idea di un'origine divina della scrittura è già presente in età molto più antica. La pietra di Noleby, in Svezia, del VI o VII secolo, dichiara di incidere una runa «raginakundo», venuta dagli dèi. Nell'Hávamál stesso ritorna l'espressione «rúnum inum reginkunnum», le rune di origine divina, quasi identica. Una formula sopravvissuta per secoli.
Il mito di Odino appeso all'albero non spiega la storia reale delle rune, che nacquero dal contatto con altri alfabeti. Racconta invece come i Nordici pensavano la conoscenza: qualcosa che non si riceve gratuitamente, ma che costa sofferenza e solitudine. Per questo il dio delle rune è anche il dio della poesia, dei morti e della saggezza, e il suo sacrificio resta una delle immagini più potenti della mitologia europea.