ᚠ-13 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaI corni d'oro di Gallehus: un tesoro perduto e un verso inciso
Trovati nello Jutland nel 1639 e nel 1734, rubati e fusi nel 1802: la storia dei corni d'oro di Gallehus e della loro celebre iscrizione runica.
Nel 1639 una giovane contadina, Kirsten Svendsdatter, inciampò in un oggetto d'oro che sporgeva dal terreno nei pressi del villaggio di Gallehus, nello Jutland meridionale, vicino a Møgeltønder. Era un grande corno decorato, lungo oltre mezzo metro. Quasi un secolo dopo, nel 1734, un contadino di nome Erik Lassen ne trovò un secondo a pochi passi dal primo. Insieme formavano uno dei più straordinari tesori dell'età del ferro nordica.
Due corni coperti di figure
I due corni, datati di solito all'inizio del V secolo, erano formati da anelli d'oro accostati l'uno all'altro, ed erano coperti di figure applicate o incise: uomini con corna, guerrieri armati, animali, serpenti, pesci, stelle, figure a tre teste. Il loro significato è stato oggetto di innumerevoli interpretazioni, mitologiche o astronomiche, nessuna delle quali dimostrata. È probabile che rappresentassero scene religiose o leggende note a chi li aveva commissionati.
I corni furono portati nella Kunstkammer reale di Copenaghen, la collezione di meraviglie dei re di Danimarca, e già nel Seicento furono riprodotti in incisioni a stampa. Proprio questi disegni, eseguiti con cura dagli eruditi del tempo, sarebbero diventati preziosissimi. Senza di essi, oggi non sapremmo quasi nulla dell'aspetto dei corni.
L'iscrizione
Il corno più corto, trovato nel 1734, portava sul bordo una riga di rune del Futhark antico. Il testo si legge ek hlewagastiz holtijaz horna tawido, cioè «io, Hlewagastiz, figlio di Holt», oppure «di Holt», «feci il corno». Il nome Hlewagastiz può significare ospite famoso o ospite protetto. È un testo breve, ma di enorme importanza per i linguisti, perché è uno dei documenti più antichi e chiari del protonordico.
L'iscrizione è anche un verso. Segue lo schema della poesia allitterativa germanica, in cui le parole importanti cominciano con lo stesso suono: hlewagastiz, holtijaz, horna. Per questo è spesso indicata come uno dei più antichi versi conservati in una lingua nordica. La firma di un artigiano diventa così, quasi per caso, una piccola opera poetica.
Il furto del 1802
La notte del 4 maggio 1802 un orafo e falsario di Copenaghen, Niels Heidenreich, entrò nella Kunstkammer e rubò entrambi i corni. Li fuse per ricavarne oro, usato in parte per falsificare monete e gioielli. Fu scoperto l'anno seguente e condannato, ma i corni erano perduti per sempre. Le copie oggi esposte al Museo nazionale di Copenaghen sono state realizzate sulla base delle incisioni antiche e di calchi.
Il furto colpì profondamente la Danimarca dell'epoca, che stava riscoprendo con orgoglio il proprio passato. Il poeta Adam Oehlenschläger compose subito dopo il poema I corni d'oro, che divenne un testo fondativo del romanticismo danese: i corni, dice in sostanza il poema, erano un dono degli antenati che i contemporanei non avevano saputo meritare.
La vicenda dei corni di Gallehus unisce archeologia, linguistica e storia della sensibilità moderna. Del tesoro restano disegni, copie e un'iscrizione di poche parole. Eppure quelle parole, incise da un artigiano del V secolo, continuano a essere studiate in tutte le storie delle lingue germaniche, come una voce che ha resistito anche alla distruzione dell'oggetto che la portava.