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א-20 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

La scrittura maya: glifi, codici bruciati e una lunga decifrazione

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Il sistema logosillabico dei Maya, i quattro codici superstiti, il rogo di Maní del 1562, l'alfabeto di Diego de Landa e la decifrazione moderna.

Fra tutte le scritture nate nelle Americhe prima dell'arrivo degli Europei, quella maya è la più ricca e la meglio compresa. Per oltre un millennio, dalle ultime fasi del periodo preclassico fino alla conquista spagnola, gli scribi dello Yucatán, del Guatemala e dell'Honduras incisero e dipinsero glifi su stele, architravi, vasi e libri di corteccia. Per secoli quei segni rimasero muti, finché nel Novecento una serie di scoperte permise di tornare a leggerli.

Logogrammi e sillabe

La scrittura maya è logosillabica: combina segni che indicano parole intere con segni che rappresentano sillabe, formate da una consonante e una vocale. Gli scribi potevano scrivere la stessa parola con un logogramma, con una sequenza di sillabe o con una combinazione delle due, scegliendo per ragioni estetiche o di spazio. I segni venivano raggruppati in blocchi quadrati, letti di solito a coppie di colonne, da sinistra a destra e dall'alto in basso.

Molte iscrizioni monumentali riguardano la vita dei sovrani: nascite, ascese al trono, guerre, rituali e morti, collocati con precisione nel calendario del Lungo Computo. A Palenque, nel Tempio delle Iscrizioni, una lunga serie di testi celebra il re K'inich Janaab Pakal, morto nel 683, la cui tomba fu scoperta nel 1952 sotto la piramide.

Libri di corteccia e il rogo di Maní

I Maya scrivevano anche libri, piegati a fisarmonica e fatti di corteccia ricoperta di stucco. Ne sopravvivono soltanto quattro: il Codice di Dresda, il Codice di Madrid, il Codice di Parigi e un quarto, a lungo noto come Codice Grolier e oggi chiamato Codice Maya del Messico, la cui autenticità è stata a lungo discussa. Contengono soprattutto almanacchi rituali, tavole astronomiche sui cicli di Venere e delle eclissi, e profezie.

La scarsità di codici ha una causa precisa. Nel 1562, a Maní, il francescano Diego de Landa fece bruciare in un auto da fé numerosi libri e oggetti di culto, considerandoli opera del demonio. Paradossalmente, lo stesso Landa scrisse pochi anni dopo una Relazione sulle cose dello Yucatán in cui riportò un presunto «alfabeto» maya, ottenuto chiedendo a informatori locali di scrivere le lettere spagnole.

La rinascita della lettura

Il manoscritto di Landa fu ritrovato a Madrid nel 1862 dall'abate francese Charles Étienne Brasseur de Bourbourg. A lungo il suo «alfabeto» sembrò inutilizzabile. Nel 1952 il russo Jurij Knorozov comprese che quei segni non erano lettere, ma sillabe: gli informatori avevano scritto il suono del nome di ogni lettera spagnola. Fu la chiave per riconoscere il carattere fonetico della scrittura.

Nel 1960 Tatiana Proskouriakoff, studiando le stele di Piedras Negras, dimostrò che le iscrizioni registravano eventi storici della vita dei sovrani, e non soltanto calendari e divinità. Negli anni successivi, grazie al lavoro di molti epigrafisti, una parte crescente dei testi è diventata leggibile. Tra le figure divine legate alla scrittura spiccano Itzamna e le scimmie scribe, ricordate anche nel Popol Vuh, il libro sacro dei K'iche' trascritto in alfabeto latino nel XVI secolo.

La vicenda della scrittura maya unisce in modo esemplare la distruzione e la sopravvivenza. Un sistema di segni quasi cancellato dai roghi coloniali è tornato a parlare grazie alla pietra, a pochi codici superstiti e a un documento redatto proprio dall'uomo che aveva bruciato quei libri. Oggi le comunità maya studiano di nuovo i glifi dei propri antenati.