א-05 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaIl cuneiforme: tavolette d'argilla, dèi scribi e scrittura del cielo
Origine e storia della scrittura cuneiforme mesopotamica: Uruk, Nisaba e Nabu, la biblioteca di Assurbanipal, i presagi celesti e la decifrazione.
Una canna tagliata in punta e una tavoletta di argilla umida: con questi strumenti semplicissimi i Mesopotamici crearono una delle prime scritture della storia. I segni, formati da piccoli cunei impressi nell'argilla, diedero al sistema il nome moderno di cuneiforme, dal latino cuneus. Per circa tremila anni questa scrittura registrò conti, leggi, preghiere, miti e osservazioni del cielo in un'area che andava dal Golfo Persico all'Anatolia.
Da Uruk alla Mesopotamia intera
Le tavolette più antiche provengono in gran parte dal recinto sacro dell'Eanna a Uruk, nell'attuale Iraq meridionale, e risalgono agli ultimi secoli del IV millennio a.C. Sono quasi tutte documenti amministrativi: elenchi di orzo, bestiame, tessuti e lavoratori legati al tempio. All'inizio i segni erano disegni tracciati nell'argilla; col tempo si stilizzarono e divennero combinazioni di cunei sempre più astratte.
Il cuneiforme nacque per il sumerico, ma fu adattato a lingue molto diverse: l'accadico, con i suoi dialetti babilonese e assiro, l'elamico, l'ittita, l'hurrita. A Ugarit, sulla costa siriana, nacque persino un alfabeto cuneiforme di una trentina di segni, mentre i re persiani achemenidi ne crearono un altro per l'antico persiano. Pochi sistemi grafici hanno mostrato una simile capacità di adattamento.
Gli dèi della scrittura
Nella religione sumerica la scrittura era protetta dalla dea Nisaba, signora dei cereali e della contabilità. Più tardi questo ruolo passò a Nabu, figlio di Marduk, il cui simbolo era proprio lo stilo dello scriba. Un poema sumerico, Enmerkar e il signore di Aratta, racconta in forma mitica l'invenzione della scrittura: il re di Uruk avrebbe inciso un messaggio sull'argilla perché il suo messaggero non riusciva più a ricordarlo a memoria.
Gli scribi si formavano in scuole chiamate in sumerico eduba, «casa delle tavolette», copiando liste di segni, proverbi e testi letterari. Per loro la scrittura non era solo tecnica: i presagi venivano letti nelle viscere degli animali, nei fenomeni naturali e negli astri, e i testi babilonesi chiamavano le stelle «scrittura del cielo». Grandi raccolte come l'Enuma Anu Enlil catalogavano migliaia di segni celesti e i loro significati per il re e il paese.
Biblioteche, Gilgamesh e decifrazione
Nel VII secolo a.C. il re assiro Assurbanipal radunò a Ninive una vasta biblioteca di tavolette, comprendente testi religiosi, divinatori, medici e letterari. Tra quei frammenti, nel 1872, l'assiriologo britannico George Smith riconobbe il racconto del diluvio contenuto nell'Epopea di Gilgamesh, suscitando enorme scalpore per le somiglianze con il racconto biblico.
La decifrazione era cominciata dall'antico persiano, grazie al tedesco Georg Friedrich Grotefend nel 1802. Decisiva fu poi la trilingue iscrizione di Behistun, in Iran, copiata con grande rischio da Henry Rawlinson su una parete rocciosa. Nel 1857 la Royal Asiatic Society affidò lo stesso testo assiro a quattro studiosi, tra cui Rawlinson ed Edward Hincks, che lavorarono separatamente: le traduzioni concordavano, e l'accadico fu considerato decifrato.
Le ultime tavolette cuneiformi conosciute sono testi astronomici del I secolo d.C., scritti da sacerdoti babilonesi che continuavano a osservare il cielo quando ormai il greco e l'aramaico dominavano la regione. Con loro si chiuse una tradizione che aveva unito per millenni l'amministrazione, il culto e lo studio dei segni del cosmo.