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L'alfabeto greco: vocali, alfa e omega e il numero delle parole

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Come i Greci adattarono l'alfabeto fenicio, la coppa di Nestore a Ischia, alfa e omega, l'isopsefia di Abrasax e le sette vocali dei papiri magici.

Quando i Greci adottarono le lettere fenicie, probabilmente nell'VIII secolo a.C., compirono una piccola rivoluzione. Alcuni segni che indicavano consonanti assenti nella loro lingua furono reimpiegati per le vocali: aleph divenne alfa, he divenne epsilon, yod divenne iota, ayin divenne omicron. Per la prima volta un alfabeto annotava in modo sistematico sia le consonanti sia le vocali, e questo modello passò poi agli Etruschi, ai Romani e, attraverso di loro, all'Europa intera.

Le prime iscrizioni

Tra le più antiche testimonianze di scrittura greca c'è una brocca trovata ad Atene presso il Dipylon, databile intorno al 740 a.C., che reca un verso su una gara di danza. Quasi contemporanea è la cosiddetta coppa di Nestore, scoperta a Pithekoussai, sull'isola d'Ischia, prima colonia greca d'Occidente. Vi è incisa un'iscrizione in versi che allude scherzosamente alla celebre coppa di Nestore cantata da Omero.

Per secoli ogni regione ebbe il proprio alfabeto locale, con piccole differenze di forma e di valore delle lettere. Fu la variante euboica, usata dai coloni di Cuma, a giungere agli Etruschi e quindi a Roma. Ad Atene, invece, nel 403 a.C., durante l'arcontato di Euclide, fu adottato ufficialmente l'alfabeto ionico di ventiquattro lettere, che divenne lo standard del greco classico.

Miti di invenzione e lettere simboliche

I Greci attribuivano l'origine delle lettere al fenicio Cadmo, ma conoscevano anche altri racconti. Una tradizione riportata dal mitografo latino Igino assegnava a Palamede l'invenzione di alcune lettere e al poeta Simonide l'aggiunta di altre. Questi miti mostrano la consapevolezza che l'alfabeto non era nato in una volta sola, ma si era formato per aggiunte successive.

Alcune lettere acquistarono un forte valore simbolico. La upsilon, con la sua forma biforcata, fu letta come immagine delle due vie della vita, quella della virtù e quella del vizio, e veniva chiamata «lettera di Pitagora» da autori latini come Persio. Nell'Apocalisse di Giovanni Dio dichiara: «Io sono l'Alfa e l'Omega», cioè il principio e la fine, e le due lettere divennero un emblema costante dell'arte cristiana.

L'isopsefia e le sette vocali

Come in ebraico, anche in greco le lettere servivano da numeri: alfa valeva uno, beta due, fino a omega che valeva ottocento. Sommare i valori di una parola e confrontarla con altre dello stesso totale si diceva isopsefia. Ireneo di Lione riferisce che i seguaci dello gnostico Basilide veneravano il nome Abrasax, il cui valore è trecentosessantacinque, come i giorni dell'anno. Lo stesso nome compare su molte gemme magiche di epoca imperiale.

Le vocali ebbero un ruolo speciale nella religiosità tardoantica. Il retore Demetrio, nel trattato Sullo stile, scrive che i sacerdoti egizi cantavano inni agli dèi pronunciando in successione le sette vocali. Nei papiri magici greci d'Egitto lunghe sequenze vocaliche sono associate ai sette pianeti e ai sette cieli. Si tratta di testimonianze storiche di credenze antiche, non di pratiche da riprodurre.

Dalla brocca del Dipylon ai codici bizantini, l'alfabeto greco ha trasmesso poesia, filosofia, scienza e testi sacri come il Nuovo Testamento. La sua capacità di rappresentare con precisione i suoni ne fece uno strumento di cultura straordinario, e la sua dimensione simbolica, tra numeri e lettere mistiche, accompagnò a lungo la storia religiosa del Mediterraneo.