Ж-10 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaIbn Wahshiyya e il libro degli alfabeti antichi
Il Kitab shawq al-mustaham attribuito a Ibn Wahshiyya: un trattato arabo su alfabeti antichi e magici, tradotto in inglese a Londra nel 1806.
Molto prima che gli eruditi europei raccogliessero alfabeti esotici, un'opera araba aveva già tentato un'impresa simile. Si intitola Kitab shawq al-mustaham fi ma'rifat rumuz al-aqlam, il «Libro del desiderio appassionato di conoscere i segreti delle antiche scritture», ed è attribuita ad Abu Bakr Ahmad ibn Wahshiyya, autore iracheno vissuto tra il IX e il X secolo. Il testo raccoglie decine di alfabeti, alcuni storici, altri leggendari, legati a sapienti, pianeti e popoli antichi.
Un autore enigmatico
Ibn Wahshiyya è noto soprattutto per l'Agricoltura nabatea, un ampio trattato che si presenta come traduzione di antichi testi mesopotamici e che contiene notizie sull'agricoltura, sulla religione e sulla magia. La sua figura è oggetto di discussione: alcuni studiosi ritengono che parte delle opere a lui attribuite sia stata composta o rielaborata da altri autori, e la datazione precisa resta incerta.
Anche il libro sugli alfabeti pone problemi di attribuzione, e i manoscritti che lo conservano non sono numerosi. Ciò che è certo è che rappresenta una delle più antiche raccolte sistematiche di scritture rare e segrete del mondo medievale, frutto della curiosità erudita della civiltà islamica per le lingue e le culture che l'avevano preceduta.
Alfabeti di sapienti e di pianeti
Il trattato presenta alfabeti attribuiti a figure come Ermete, considerato nella tradizione islamica un antico profeta e sapiente, e a filosofi greci, re e popoli del passato. Vi compaiono anche scritture associate ai sette pianeti e ai segni zodiacali, accanto a caratteri usati, secondo l'autore, dai sacerdoti e dagli alchimisti. Molti di questi alfabeti non corrispondono a scritture reali conosciute e vanno considerati costruzioni simboliche o leggendarie.
Particolarmente discusso è il capitolo dedicato ai geroglifici egiziani. L'autore attribuisce a diversi segni un valore sonoro, e alcuni studiosi moderni hanno sostenuto che in qualche caso le sue identificazioni siano corrette. La questione è controversa: non si può dire che Ibn Wahshiyya avesse decifrato i geroglifici, ma il suo testo mostra un interesse per l'antica scrittura egizia molto precoce rispetto all'Europa.
La traduzione del 1806
In Europa il libro divenne noto all'inizio dell'Ottocento grazie all'orientalista austriaco Joseph von Hammer, più tardi conosciuto come Hammer-Purgstall. Nel 1806 egli pubblicò a Londra il testo arabo con una traduzione inglese, intitolata Ancient Alphabets and Hieroglyphic Characters Explained. L'uscita avvenne pochi anni prima che Jean-François Champollion annunciasse, nel 1822, la sua decifrazione dei geroglifici.
Il volume suscitò l'interesse di antiquari e curiosi, e alcuni alfabeti in esso contenuti entrarono nei repertori europei di scritture magiche. Ancora oggi certe tavole di caratteri planetari o «ermetici» che circolano nei libri di occultismo derivano, spesso senza che lo si sappia, da questa traduzione. Lo stesso Hammer, del resto, non era un occultista ma un filologo, e presentava l'opera come una curiosità erudita, utile alla storia della scrittura e dei rapporti tra Oriente e Occidente.
Il libro degli alfabeti antichi ricorda che il fascino per le scritture segrete non è un'esclusiva dell'Europa rinascimentale. Nel mondo arabo medievale, tra Baghdad e il Cairo, eruditi e copisti coltivavano la stessa passione per i segni dimenticati, e il loro lavoro ha influenzato, per vie diverse, anche la tradizione occidentale. Riscoprire questa genealogia aiuta a vedere la storia degli alfabeti esoterici come un dialogo tra culture, più che come il patrimonio di una sola tradizione.