Ж-09 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaCharaktêres: i segni «a occhiali» dei papiri magici greci
I charaktêres dei papiri magici greco-egizi: segni con piccoli cerchi alle estremità, usati su amuleti, gemme e tavolette di piombo nella tarda antichità.
Chi sfoglia un'edizione dei papiri magici greci incontra, accanto a formule e preghiere, file di segni strani: stelle, linee incrociate, lettere deformate, tutte terminate da piccoli cerchi. Gli antichi li chiamavano charaktêres, «segni impressi», e gli studiosi moderni hanno coniato per loro un nome curioso, «lettere a occhiali», perché quei cerchietti alle estremità ricordano le lenti di un paio di occhiali. Sono una delle più antiche forme di scrittura esoterica dell'Occidente.
Una biblioteca magica dall'Egitto
I papiri magici greci, noti con la sigla PGM, sono un insieme di testi su papiro scritti in Egitto tra il II secolo a.C. e il V secolo d.C., in greco ma anche in demotico e in copto. Una parte importante proviene da una raccolta acquistata all'inizio dell'Ottocento dal diplomatico Giovanni Anastasi, che li vendette a diversi musei europei, da Leida a Londra, da Parigi a Berlino. Si pensa che molti di questi rotoli provenissero da un'unica biblioteca, forse da Tebe d'Egitto.
L'edizione di riferimento fu curata dal filologo tedesco Karl Preisendanz e pubblicata in due volumi tra il 1928 e il 1931 con il titolo Papyri Graecae Magicae. Da allora i papiri sono stati studiati come una fonte preziosa sulla religione quotidiana dell'Egitto romano, dove divinità egizie, greche, ebraiche e persiane convivevano nelle stesse invocazioni.
Segni che non si pronunciano
I charaktêres non sono un alfabeto in senso stretto. Non corrispondono a suoni e non si leggono: si tracciano. Nei papiri compaiono in sequenze, spesso accanto ai cosiddetti nomi barbari, lunghe parole senza significato apparente come ablanathanalba, che si leggono uguali nei due sensi. Insieme a figure geometriche, palindromi e vocali greche disposte in triangoli, costituivano il linguaggio visivo della magia tardoantica.
Molti charaktêres sembrano derivare da lettere greche o da segni astrologici modificati, ai quali venivano aggiunti cerchi, tratti e croci. Il loro valore stava proprio nell'essere estranei alla scrittura comune: erano pensati come segni compresi dalle potenze divine o demoniche, non dagli uomini. Alcuni testi li descrivono come nomi segreti degli dèi stessi. Il loro significato preciso, se mai ne ebbero uno fisso, è andato perduto, e le fonti antiche non ne offrono una chiave di lettura.
Gemme, lamine e tavolette
I charaktêres non restarono confinati ai papiri. Si trovano incisi su gemme magiche, piccole pietre dure lavorate in età imperiale, su lamine d'oro e d'argento arrotolate e portate al collo, e sulle tavolette di piombo usate per le maledizioni, le cosiddette defixiones. Questa diffusione mostra che non erano un'invenzione di pochi specialisti, ma un repertorio condiviso in tutto il Mediterraneo romano.
I segni a occhiali sopravvissero anche alla fine del mondo antico. Si ritrovano nei testi magici ebraici della tarda antichità e del Medioevo, nei manoscritti copti, nella magia araba e, attraverso traduzioni e adattamenti, nei grimori latini. Sant'Agostino, nel De doctrina christiana, già li condannava tra le pratiche superstiziose, segno che erano molto diffusi tra i cristiani del suo tempo.
Seguire il cammino dei charaktêres significa percorrere oltre mille anni di storia: dai rotoli egiziani alle lamine dei soldati romani, dai codici medievali alle pagine dei grimori moderni. Pochi segni hanno avuto una vita così lunga senza che nessuno, forse, ne conoscesse davvero il significato. Proprio questa opacità, del resto, era parte del loro potere: un segno comprensibile a tutti non avrebbe avuto bisogno di essere tracciato con tanta cura, né di essere nascosto in un amuleto.