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Ж-04 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

Malachim, la scrittura degli angeli o dei re

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Il Malachim nel De occulta philosophia di Agrippa: origine del nome, legame con l'alfabeto ebraico e uso nei sigilli e nei talismani rinascimentali.

Il nome Malachim è già un piccolo enigma. In ebraico malakhim significa «angeli» o «messaggeri», mentre melakhim, scritto con le stesse consonanti, significa «re». Gli autori rinascimentali giocarono volentieri su questa ambiguità, e l'alfabeto che porta questo nome fu presentato ora come scrittura angelica, ora come scrittura regale. In entrambi i casi si trattava di un segno di distinzione: lettere riservate a chi stava in alto.

Un alfabeto nato sulla pagina di Agrippa

Il Malachim compare nel terzo libro del De occulta philosophia di Enrico Cornelio Agrippa, nell'edizione completa di Colonia del 1533. Agrippa lo descrive come una delle scritture usate dagli antichi per i misteri divini, accanto alla scrittura celeste e al Passaggio del fiume. Come le altre due, anche il Malachim ricalca le ventidue lettere ebraiche, una per una, conservandone l'ordine.

Agrippa non indica una fonte precisa per queste lettere. Un ricco repertorio di alfabeti esotici, alcuni dei quali di sapore magico, si trova anche nell'Introductio in Chaldaicam linguam di Teseo Ambrogio degli Albonesi, stampata a Pavia nel 1539, un testo pionieristico sulle lingue orientali. Questo indica che, nella prima metà del Cinquecento, tra gli orientalisti e i cultori di magia circolavano tavole di caratteri esotici che venivano raccolte, confrontate e copiate.

La forma delle lettere è però diversa da quella della scrittura celeste. Nel Malachim i tratti sono più angolosi, con aste incrociate, piccoli cerchi e terminazioni a forcella, e l'insieme ricorda certi segni magici medievali. Alcuni studiosi hanno notato la somiglianza con i caratteri che compaiono nei sigilli dei grimori, e non è escluso che Agrippa abbia attinto a modelli di questo genere.

Lettere per i nomi divini

Nel sistema di Agrippa le scritture angeliche non sono destinate alla corrispondenza o alla prosa. Servono a scrivere i nomi di Dio, degli angeli e delle intelligenze planetarie su talismani, anelli e lamine. L'idea di fondo è che un nome sacro, tracciato in caratteri sottratti all'uso comune, conservi meglio la propria forza e la propria segretezza.

I lettori del De occulta philosophia presero questa indicazione alla lettera. Nei manoscritti magici dei secoli XVI e XVII si trovano sigilli e pentacoli con iscrizioni in Malachim, spesso copiate con molte varianti, perché ogni copista ridisegnava le lettere a modo suo. Ricostruire una forma «originale» è quindi difficile, anche perché le stesse edizioni a stampa non sono del tutto concordi.

Una lunga eredità

Nell'Ottocento e nel Novecento il Malachim fu ripreso da diversi ordini iniziatici e da autori di occultismo, che lo usarono per diplomi, intestazioni e oggetti rituali. In questi contesti si diffuse anche la convinzione che l'alfabeto risalisse a tempi remotissimi, magari agli angeli stessi. Le fonti storiche, invece, non permettono di andare oltre il Rinascimento.

Il Malachim rimane un esempio significativo di come la cultura umanistica abbia reinventato l'antico. Partendo dall'alfabeto ebraico, gli eruditi del Cinquecento costruirono scritture nuove che sembravano vecchie di millenni, e che ancora oggi conservano il fascino del segreto. Leggerle con occhio storico non toglie nulla alla loro bellezza: permette anzi di apprezzare il lavoro di chi le disegnò e di chi, copiandole, le tenne in vita.