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Gematria ebraica: quando le lettere diventano numeri

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Origini, regole ed esempi classici della gematria ebraica, dal Talmud a Baal ha-Turim: come il valore delle lettere diventava interpretazione.

L'alfabeto ebraico non ha mai avuto cifre distinte dalle lettere. Per secoli la stessa serie di ventidue segni servì a scrivere parole e a contare: alef valeva 1, bet 2, gimel 3, e così via fino a yod, 10; poi le decine fino a tsade, 90; infine qof, resh, shin e tav per 100, 200, 300 e 400. Da questa doppia natura nacque la gematria, l'arte di calcolare il valore numerico di una parola e di accostarla ad altre parole che danno la stessa somma.

Un nome di origine greca

Il termine stesso tradisce un'origine ellenistica. Gli studiosi lo collegano di solito al greco geometria, oppure a grammateia, ma la derivazione esatta resta discussa. Il procedimento era noto anche fuori dal mondo ebraico: un'iscrizione del re assiro Sargon II, nell'VIII secolo a.C., afferma che le mura della sua nuova capitale, Dur-Sharrukin, furono misurate secondo il valore del suo nome, e i Greci praticavano un gioco analogo chiamato isopsefia.

Nella letteratura rabbinica la gematria compare tra le regole dell'interpretazione biblica. Una baraita attribuita a Rabbi Eliezer figlio di Yose il Galileo, che elenca trentadue criteri per interpretare la Scrittura, la include espressamente. Nei Pirqe Avot, la raccolta di massime della Mishnah, Rabbi Eliezer ben Hisma definisce i calcoli astronomici e le gematriot «contorni della sapienza»: utili e piacevoli, ma non il nucleo dello studio.

Esempi dal Talmud

L'esempio più celebre riguarda Abramo. Nel libro della Genesi il patriarca parte per liberare il nipote Lot con trecentodiciotto servitori. Un passo del Talmud babilonese, nel trattato Nedarim, osserva che 318 è anche il valore del nome Eliezer, il servo di Abramo: secondo questa lettura il patriarca sarebbe partito, in realtà, con il solo Eliezer. Il calcolo non cancella il racconto letterale, ma gli aggiunge un secondo strato di significato.

Un altro accostamento, ricordato nel trattato Eruvin, unisce yayin, «vino», e sod, «segreto»: entrambe le parole valgono 70. Da qui il detto secondo cui quando entra il vino esce il segreto. Più familiare ancora è chai, «vivo», che somma 18: per questo, nella consuetudine ebraica, i doni in denaro vengono spesso offerti in multipli di diciotto, come augurio di vita.

Dalla Kabbalah ai metodi derivati

Nel Medioevo la gematria si arricchì di varianti. Si poteva calcolare il valore «piccolo», riducendo ogni lettera a una sola cifra, o il valore «pieno», sommando i nomi delle lettere scritti per intero. Alcuni sistemi assegnavano alle cinque forme finali dell'alfabeto i valori da 500 a 900. I cabalisti di Provenza e di Spagna, e più tardi quelli di Safed, impiegarono questi metodi accanto ad altre tecniche come il notarikon e la temurah.

Il risultato fu un vasto repertorio di equivalenze, raccolto nei commenti alla Torah. Jacob ben Asher, nato in Germania e attivo a Toledo nel Trecento, ne fece largo uso nelle brevi note al Pentateuco che gli valsero il soprannome di Baal ha-Turim, mostrando come la gematria potesse convivere con l'esegesi letterale senza pretendere di sostituirla.

Ancora oggi la gematria resta un capitolo vivo della cultura ebraica, dal commento rabbinico alla tradizione popolare. Va letta per ciò che fu nei testi: non una scienza dei numeri, ma un modo di leggere la Scrittura come un tessuto in cui ogni lettera, anche attraverso il suo valore, può rimandare a un'altra parola e aprire una nuova interpretazione.