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∴-06 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

ICHTHYS e gli acrostici: il pesce come professione di fede

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Dall'acrostico ICHTHYS alle iscrizioni di Abercio e Pettorio, dai salmi alfabetici ad Agostino e Boccaccio: storia del testo nascosto nelle iniziali.

Un acrostico è un testo in cui le lettere iniziali delle righe, o delle parole, compongono un'altra parola. La tecnica è antichissima. Già alcuni salmi ebraici sono costruiti sull'ordine dell'alfabeto, come il Salmo 119, diviso in ventidue strofe, una per ciascuna lettera, e il libro delle Lamentazioni segue lo stesso principio. L'acrostico più celebre della storia cristiana, però, è racchiuso in una sola parola greca: ICHTHYS, che significa «pesce».

Cinque parole in una

Le lettere di ichthys sono le iniziali della formula Iesous Christos Theou Yios Soter, cioè «Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore». Il nome di un animale comune conteneva così una breve professione di fede. Non sappiamo con certezza se l'acrostico sia nato prima del simbolo del pesce o se sia stato scoperto in un secondo momento, ma tra il II e il III secolo i due elementi appaiono ormai strettamente collegati nell'arte e nella letteratura cristiana.

Il simbolo si prestava a più letture. Richiamava la pesca miracolosa e la chiamata degli apostoli a diventare pescatori di uomini, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, il battesimo nell'acqua. Tertulliano, nel trattato Sul battesimo, scrive: «nos pisciculi secundum ichthyn nostrum Iesum Christum in aqua nascimur», cioè noi pesciolini nasciamo nell'acqua seguendo il nostro pesce, Gesù Cristo. L'immagine univa il gioco delle lettere al rito che segnava l'ingresso nella comunità.

Le iscrizioni di Abercio e Pettorio

Due iscrizioni greche mostrano il simbolo in uso. L'epitaffio di Abercio, vescovo di Ierapoli in Frigia alla fine del II secolo, parla in modo allusivo di un pesce purissimo, pescato da una vergine, che la fede offre come cibo ai fedeli; un frammento originale della pietra è conservato ai Musei Vaticani. Il linguaggio velato dell'iscrizione era comprensibile pienamente solo a chi conosceva il simbolismo cristiano.

Ad Autun, in Gallia, fu ritrovata nell'Ottocento l'iscrizione di Pettorio, di datazione discussa, in versi greci. Le prime righe formano l'acrostico ICHTHYS, e il testo parla della «stirpe divina del pesce celeste» e del cibo dolce come il miele del Salvatore. È una delle testimonianze più chiare della fusione tra acrostico, poesia funeraria e linguaggio sacramentale.

L'acrostico sibillino, Agostino e Boccaccio

Gli Oracoli sibillini, raccolta di versi profetici di origine giudaica e cristiana, contengono nell'ottavo libro un lungo acrostico le cui iniziali formano la formula del pesce con l'aggiunta di stauros, «croce». Agostino, nel diciottesimo libro della Città di Dio, ne riporta una traduzione latina e spiega al lettore il gioco delle iniziali, segno che il testo era considerato una testimonianza preziosa della profezia pagana sul Cristo.

Nel Medioevo e nel Rinascimento l'acrostico divenne un ornamento diffuso nei componimenti dedicatori, dove le iniziali dei versi componevano il nome del destinatario o dell'autore. Il caso più ambizioso della letteratura italiana è l'Amorosa visione di Giovanni Boccaccio: le lettere iniziali delle terzine, lette di seguito, formano tre interi sonetti, uno dei quali dedicato a una donna amata dal poeta.

Il pesce disegnato su una lapide, oggi ridotto spesso a un semplice contorno, nacque dunque anche come gioco di lettere. Ricordarlo aiuta a capire come i primi cristiani vivessero la scrittura: un nome comune poteva custodire una dichiarazione di fede, riconoscibile da chi conosceva il codice. La stessa idea, che un testo possa nasconderne un altro, attraversa tutta la storia dell'acrostico, dai salmi alla poesia italiana.