∴-02 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaIsopsefia: il gioco greco dei nomi che hanno lo stesso numero
L'isopsefia greca dai graffiti di Pompei a Nerone, dagli epigrammi di Leonida di Alessandria ai calcoli gnostici su Abrasax e sul nome di Gesù.
Nel mondo greco le lettere dell'alfabeto servivano anche da cifre, secondo il sistema detto milesio o ionico: alfa 1, beta 2, fino a theta 9, poi iota 10 e così via, con l'aggiunta di tre segni arcaici per completare la serie. Ogni parola possedeva quindi un valore numerico. Quando due parole davano la stessa somma si diceva che erano isopsefe, da isos, «uguale», e psephos, il sassolino che si usava per contare.
Graffiti e satire nel mondo romano
Il gioco era diffuso anche a livello popolare. A Pompei un graffito in greco dichiara l'amore dell'autore per una donna «il cui numero è 545», senza rivelarne il nome: un modo galante di nascondere e insieme alludere. La pratica presupponeva che il lettore conoscesse il sistema e si divertisse a cercare il nome giusto tra quelli possibili.
Lo storico Svetonio, nella biografia di Nerone, riporta un verso satirico circolato a Roma dopo l'uccisione di Agrippina. In greco il nome Nerone e la frase «uccise la propria madre» avevano lo stesso valore, 1005. L'accusa più grave era così affidata a un'equazione, difficile da punire perché formalmente si trattava soltanto di un calcolo.
Gli epigrammi di Leonida di Alessandria
In ambito letterario l'isopsefia divenne un virtuosismo. Leonida di Alessandria, poeta attivo a Roma all'epoca di Nerone e di Vespasiano, compose epigrammi in cui i distici avevano somme numeriche identiche. Alcuni di questi componimenti sono conservati nell'Antologia Palatina, la grande raccolta bizantina di poesia greca breve, e mostrano quanto l'abilità aritmetica fosse apprezzata come ornamento poetico e come dono raffinato per i potenti.
Leonida presenta questa tecnica come una propria novità, e in diversi epigrammi offre i suoi versi all'imperatore o a donne della famiglia imperiale, in occasione di feste e compleanni. Chi ha verificato i calcoli ha trovato che in molti casi le somme coincidono davvero: segno di un lavoro paziente sulla scelta delle parole, perché il poeta doveva bilanciare nello stesso tempo il metro, il significato e l'aritmetica.
Numeri divini e controversie religiose
Nei primi secoli cristiani l'isopsefia entrò nel dibattito teologico. Ireneo di Lione, nell'opera Contro le eresie scritta verso il 180, descrive i calcoli del maestro gnostico Marco, che attribuiva significati misteriosi alle lettere e ai loro valori. Nella stessa cerchia si notava che il nome greco di Gesù, Iesous, somma 888, un numero commentato anche nei versi degli Oracoli sibillini.
Ancora più noto è il caso di Abrasax, o Abraxas, nome di una potenza celeste nel sistema del gnostico Basilide. Secondo Ireneo, le sue lettere sommano 365, quanti sono i giorni dell'anno; san Girolamo osservò lo stesso valore per Meithras, una grafia greca del nome di Mitra. Il nome Abrasax compare su numerose gemme incise dell'età imperiale, spesso accompagnato da figure composite.
L'isopsefia mostra un tratto costante della cultura antica: la convinzione che il linguaggio contenesse ordini nascosti. Dal graffito amoroso alla polemica politica, fino alla speculazione religiosa, lo stesso semplice calcolo poteva servire a giocare, a colpire o a meditare. Proprio da questa tradizione deriva l'interpretazione più discussa di tutte, quella del numero della Bestia nell'Apocalisse di Giovanni.