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Le origini delle rune: da dove nasce la scrittura dei Germani

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Dalle prime iscrizioni del II secolo alle ipotesi latina, greca e nord-italica: come e quando i popoli germanici iniziarono a scrivere con le rune.

Un pettine d'osso trovato nella torbiera di Vimose, nell'isola danese di Fionia, porta incisa una sola parola: harja. Risale alla seconda metà del II secolo dopo Cristo ed è tra le più antiche iscrizioni runiche datate con sicurezza. Da quel piccolo oggetto quotidiano comincia la storia documentata di una scrittura che i popoli germanici usarono per oltre mille anni, dalla Scandinavia all'Inghilterra, dalle rive del Baltico fino ai mercanti vichinghi in Oriente.

Una parola che significa segreto

Il termine «runa» ha una parentela ampia. Nel gotico di Wulfila, il vescovo che nel IV secolo tradusse la Bibbia per i Goti, runa rende il greco mysterion, cioè mistero. In antico nordico rún indica sia il segno scritto sia la conoscenza nascosta, e l'antico irlandese rún vuol dire segreto. Questa sfumatura ha alimentato l'idea che le rune fossero nate come segni magici. In realtà le iscrizioni più antiche sono per lo più nomi di persona, formule di possesso e firme di artigiani.

Il legame tra scrittura e mistero, del resto, non è un'esclusiva germanica. In società dove pochi sapevano incidere lettere, il saper scrivere conferiva prestigio e un'aura di potere. Le rune vanno quindi lette anzitutto come un alfabeto vero e proprio, con un valore fonetico per ogni segno, al quale col tempo si aggiunsero significati simbolici e usi rituali.

Le prime testimonianze

Accanto al pettine di Vimose, un'altra iscrizione molto antica è quella della punta di lancia di Øvre Stabu, in Norvegia, con la parola raunijaz, forse «saggiatore» o «colui che mette alla prova». Più discussa è la fibula di Meldorf, nello Schleswig-Holstein, del I secolo: alcuni vi leggono rune, altri lettere latine. La maggior parte delle iscrizioni dei primi secoli proviene dalla Danimarca meridionale e dalla Scandinavia, il che fa pensare che l'alfabeto sia stato creato o adottato in quell'area.

Gli oggetti incisi sono armi, fibule, pettini, amuleti d'oro chiamati bratteati. Si tratta spesso di beni di pregio, legati a guerrieri e a famiglie eminenti. Le frasi sono brevi e la lingua, il protonordico, è vicinissima al germanico comune ricostruito dai linguisti. Molti di questi reperti provengono da depositi votivi nelle torbiere, dove armi e oggetti preziosi venivano deposti dopo le battaglie.

Tre ipotesi sul modello

Da dove i Germani presero l'idea di scrivere? Già nell'Ottocento il danese Ludvig Wimmer sostenne la derivazione dall'alfabeto latino, che i Germani conoscevano grazie ai contatti con l'Impero lungo il Reno e il Danubio. Lo svedese Otto von Friesen propose invece un modello greco, mentre il norvegese Carl Marstrander indicò gli alfabeti nord-italici delle Alpi, derivati dall'etrusco. Ogni ipotesi trova riscontri in alcune forme: la R e la F richiamano il latino, altri segni somigliano a quelli alpini.

Oggi molti studiosi ritengono che il modello principale sia latino, senza escludere influenze alpine. Le rune, tuttavia, non sono una copia: hanno forme angolose adatte all'incisione sul legno, evitano le linee orizzontali che si confonderebbero con le venature e seguono un ordine proprio, il futhark, che non coincide con quello dell'alfabeto latino.

Resta aperta anche la questione dell'ambiente in cui avvenne il passaggio: mercenari germanici al servizio di Roma, commercianti di ambra, comunità di confine. Nessuna fonte antica lo racconta, e lo storico romano Tacito, che verso il 98 descrive i Germani sorteggiare con «notis quibusdam», segni incisi su bastoncini, non dice che fossero rune. La nascita della scrittura runica rimane così un'innovazione silenziosa, nota soltanto attraverso gli oggetti che ne conservano le tracce.