∴-17 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaAnagrammi e nomi segreti: nascondere e rivelare con le lettere
Da Licofrone alla corte dei Tolomei al nome segreto di Roma, da Rabelais ad Alcofribas Nasier agli anagrammi di Galileo e Huygens su Saturno.
L'anagramma ricombina le lettere di una parola per formarne un'altra. Per gli antichi non era soltanto un gioco: si pensava che il nome contenesse una verità nascosta, e che riordinarne le lettere potesse rivelarla. Allo stesso tempo l'anagramma era uno strumento per celare, come i nomi segreti che certe città e certe divinità custodivano gelosamente. Rivelazione e segreto sono le due facce di una stessa convinzione: che il nome non sia un'etichetta qualsiasi, ma una parte della cosa.
Licofrone e la corte dei Tolomei
La tradizione attribuisce l'invenzione dell'anagramma letterario a Licofrone di Calcide, poeta attivo ad Alessandria nel III secolo a.C. Secondo il commentatore bizantino Giovanni Tzetze, egli adulò il re Tolomeo II ricavando dal suo nome, Ptolemaios, l'espressione apo melitos, «dal miele», e dal nome della regina Arsinoe la formula ion Heras, «viola di Era». La notizia è tarda e non verificabile, ma mostra bene il valore cortigiano che il gioco poteva assumere.
Anche il Medioevo cristiano amò gli anagrammi devoti. Uno dei più noti trasforma la domanda di Pilato a Gesù, Quid est veritas?, «che cos'è la verità?», nella risposta Est vir qui adest, «è l'uomo che ti sta davanti». L'autore è sconosciuto e la formula è probabilmente tarda, ma riassume bene l'idea che una frase potesse contenere in sé la propria risposta, per chi sapeva riordinarne le lettere.
Il nome segreto di Roma
Plinio il Vecchio, nella Storia naturale, ricorda che Roma aveva un altro nome, che era vietato pronunciare, e che Valerio Sorano fu punito per averlo divulgato. Anche Plutarco e Macrobio parlano di questo segreto e della divinità protettrice della città, il cui nome sarebbe stato taciuto perché i nemici non potessero invocarla e sottrarla con un rito di evocazione, come i Romani stessi facevano con gli dèi delle città assediate.
Su quale fosse il nome sono state proposte molte ipotesi, nessuna attestata dalle fonti. Spesso si cita Amor, cioè Roma letto al contrario, ma è una congettura moderna senza basi documentarie. Il dato storicamente rilevante è la credenza stessa: il nome era considerato parte della realtà che designava, e conoscerlo significava avere un potere su di essa.
Pseudonimi e scoperte scientifiche
Nel Rinascimento l'anagramma divenne un modo elegante di firmare. François Rabelais pubblicò Pantagruel sotto il nome di Alcofribas Nasier, anagramma esatto del proprio nome. Gli umanisti amavano scoprire nelle lettere di un nome un motto morale, e fiorirono intere raccolte di anagrammi dedicati a sovrani, prelati e santi, considerati quasi una profezia contenuta nel nome stesso.
Gli scienziati se ne servirono per garantirsi la priorità di una scoperta senza divulgarla prima del tempo. Nel 1610 Galileo Galilei fece giungere a Keplero una sequenza di lettere apparentemente casuale che celava la sua osservazione di Saturno, da lui interpretato come un pianeta triplice. Keplero tentò di decifrarla e giunse a una soluzione sbagliata. Pochi decenni dopo Christiaan Huygens ricorse allo stesso espediente per annunciare la scoperta dell'anello del pianeta.
Dall'adulazione di corte al segreto religioso, dallo pseudonimo letterario alla priorità scientifica, l'anagramma ha accompagnato a lungo la storia della cultura europea. Alla sua base resta un'idea antica e potente: che le lettere di un nome non siano disposte a caso, ma costituiscano un materiale da cui si può estrarre, o in cui si può nascondere, un significato che solo chi conosce la chiave riesce a vedere.