∴-13 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di letturaI numerali romani: tacche che diventarono lettere
Origine etrusca dei numerali romani, la nascita di D e M, la sottrazione non sempre rispettata, il Liber abaci di Fibonacci e la lunga sopravvivenza.
Siamo abituati a pensare ai numerali romani come a lettere dell'alfabeto usate per contare: I, V, X, L, C, D e M. In realtà la loro origine è diversa. I segni più antichi derivano con ogni probabilità da tacche e incisioni simili a quelle dei pastori che contavano il bestiame su un bastone, e solo con il tempo assunsero la forma delle lettere latine a cui somigliavano. È un caso istruttivo di incontro fra scrittura e calcolo.
Origini etrusche e segni antichi
I Romani ereditarono il sistema in gran parte dagli Etruschi. Nelle iscrizioni arcaiche il cinquanta era un segno simile a una freccia rivolta verso il basso, e il mille un cerchio attraversato da una linea verticale, reso a volte come ⅭⅠↃ. La metà destra di questo segno, ⅠↃ, diede origine al cinquecento, che finì per confondersi con la lettera D. Anche C e M furono poi letti come iniziali di centum e mille, ma questa corrispondenza è secondaria.
Per i numeri molto grandi si usavano accorgimenti particolari. Una linea orizzontale tracciata sopra un numero lo moltiplicava per mille, mentre cornici di segni curvi attorno alla I indicavano decine e centinaia di migliaia. Le iscrizioni pubbliche, i rendiconti militari e le pietre miliari lungo le strade offrono molti esempi di queste notazioni, ben comprensibili ai contemporanei.
La sottrazione e le sue eccezioni
La regola per cui un segno minore posto prima di uno maggiore va sottratto, come in IV o IX, non era applicata con rigore nell'antichità. Le iscrizioni romane mostrano spesso IIII e VIIII, e la notazione sottrattiva si fissò in modo sistematico solo molto più tardi. Ancora oggi molti quadranti di orologi riportano IIII al posto di IV, per una consuetudine di cui si sono date varie spiegazioni, nessuna davvero definitiva.
Sul Colosseo si leggono ancora i numeri incisi sopra gli archi d'ingresso, che servivano a indirizzare gli spettatori verso i settori assegnati, come le indicazioni di un moderno stadio. Le tessere d'ingresso riportavano il numero corrispondente, e il sistema permetteva di far entrare e uscire decine di migliaia di persone in tempi relativamente brevi.
La sfida delle cifre indiane
Per i calcoli i Romani non scrivevano operazioni con i numerali: usavano l'abaco, i sassolini e le dita, e annotavano solo il risultato. Quando nel 1202 Leonardo Fibonacci compose a Pisa il Liber abaci, che diffondeva in Europa le cifre indo-arabiche e lo zero, iniziò una lunga transizione. Le nuove cifre erano più adatte al calcolo, ma anche più facili da alterare, e per questo alcuni statuti mercantili le guardarono a lungo con sospetto.
I numerali romani non scomparvero. Rimasero nelle epigrafi, nei nomi dei sovrani e dei papi, nella numerazione dei capitoli e dei secoli, nelle date incise sulle facciate degli edifici. Diedero anche origine ai cronogrammi, frasi latine in cui le lettere che hanno valore numerico, evidenziate in maiuscolo, compongono l'anno di un evento.
La storia dei numerali romani mostra che il confine tra lettera e cifra è stato a lungo mobile. Segni nati come tacche si sono vestiti da lettere, lettere sono state rilette come iniziali di parole, e l'insieme ha resistito per secoli accanto a un sistema più efficiente. Leggere una data latina incisa su un monumento è ancora oggi un piccolo esercizio di storia della scrittura.