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∴-09 // Studio Esoterico Cornelio // 3 min di lettura

Shem ha-Mephorash: la storia dei settantadue nomi di Dio

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Come tre versetti dell'Esodo diedero origine ai 72 nomi di Dio: Rashi, il Bahir, gli angeli dei Salmi, Reuchlin, Kircher e le tarde liste dei grimori.

Con l'espressione ebraica Shem ha-Mephorash, il «Nome esplicito» o «distinto», la letteratura rabbinica indicava in origine il Tetragramma pronunciato dal sommo sacerdote nel Tempio. Nel corso del Medioevo, però, l'espressione passò a designare anche un nome di Dio molto più esteso, composto da settantadue gruppi di tre lettere ciascuno. La sua storia attraversa l'esegesi biblica, la Kabbalah, l'erudizione rinascimentale e infine la magia dotta dell'età moderna.

Tre versetti dell'Esodo

Il nome deriva da un passo del libro dell'Esodo, capitolo 14, versetti 19-21, che narra l'angelo e la colonna di nube durante il passaggio del Mar Rosso. Ciascuno dei tre versetti conta in ebraico esattamente settantadue lettere. Scrivendo il primo nell'ordine normale, il secondo a rovescio e il terzo di nuovo nell'ordine normale, e leggendo poi le lettere in colonna, si ottengono settantadue terne, considerate nel loro insieme un unico grande nome.

La costruzione è ricordata da Rashi, il grande commentatore francese dell'XI secolo, a proposito di un passo del Talmud nel trattato Sukkah, e compare nel Sefer ha-Bahir, uno dei primi testi cabalistici, diffuso in Provenza verso la fine del XII secolo. Il numero settantadue aveva del resto altri richiami nella tradizione, come le settanta o settantadue nazioni in cui si riteneva divisa l'umanità dopo la torre di Babele.

Gli angeli e i Salmi

Aggiungendo alle terne i suffissi divini -el o -yah, si ricavarono settantadue nomi angelici. Nel Rinascimento queste liste vennero associate a versetti dei Salmi, alle sezioni di cinque gradi dello zodiaco e ad altre partizioni del tempo. Johannes Reuchlin ne discusse nel De arte cabalistica del 1517, una delle opere che fecero conoscere la Kabbalah agli umanisti cristiani, presentandola come una sapienza antica compatibile con la fede cristiana.

Nel secolo successivo il gesuita Athanasius Kircher, nell'Oedipus Aegyptiacus pubblicato a Roma a metà del Seicento, presentò una celebre tavola in cui il nome di Dio era riprodotto in settantadue lingue diverse, disposte a raggiera. Era un'idea affine a quella cabalistica, che univa il numero simbolico all'erudizione linguistica e al gusto barocco per la sintesi universale.

Dalla Kabbalah ai grimori

La tradizione magica europea collegò lo stesso numero ad altri elenchi. La Goetia, prima parte del Lemegeton o Piccola chiave di Salomone, raccolta manoscritta inglese del Seicento, descrive settantadue spiriti, ciascuno con un nome e un sigillo; autori dell'Otto e del Novecento li misero in corrispondenza con i settantadue angeli. Si tratta di costruzioni erudite recenti, prive di fondamento nella tradizione ebraica da cui il numero proveniva.

Gli storici della Kabbalah sottolineano proprio questa distanza. Nella mistica ebraica medievale il nome di settantadue terne era soprattutto oggetto di contemplazione e di studio, legato alla meditazione sul testo biblico. La sua trasformazione in repertorio di entità da invocare appartiene a un'altra storia, quella della ricezione cristiana e occultista, che ha spesso semplificato o frainteso le fonti.

Seguire la storia dei settantadue nomi significa vedere come un dettaglio testuale, il numero identico di lettere in tre versetti consecutivi, sia diventato il nucleo di sistemi sempre più ampi. Ogni epoca vi ha aggiunto qualcosa: l'esegesi rabbinica, la mistica medievale, l'erudizione rinascimentale e barocca, fino alle compilazioni magiche dell'età moderna.